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The Witcher – Il bello della confusione

Recensione della prima stagione di The Witcher, serie televisiva Netflix con Henry Cavill

Siamo nell’Anno Domini 2020 e The Witcher, la saga fantasy scritta dall’autore polacco Andrzej Sapkowski, è approdata su Netflix. Il che, pensandoci un attimo è abbastanza strano, dopotutto. Ché sono pochi, veramente molto pochi gli esempi fattibili riguardo cose la cui fama è andata in crescendo nel corso degli anni anziché il contrario.

Anche, ma soprattutto perché, l’attuale popolarità di cui gode The Witcher, come dire… sì, insomma, non è merito esclusivo del suo autore. Semmai, il merito è da cercare nello sforzo collettivo di più menti creative che, nel corso degli anni, hanno contribuito a rendere tanto celebre ‘sta saga.

Effettivamente, la serie Netflix con Henry “Superman” Cavill nei panni dello strigo Geralt di Rivia non è altro, essenzialmente, che l’ennesimo specimen a conferma di ‘sta cosa. Solo che, sfortunatamente…

The Witcher di Netflix è un giocattolo rotto

Recensione della prima stagione di The Witcher, serie televisiva Netflix con Henry Cavill

Mettiamola in questo modo: quanti conoscono la FSO Syrena? Ecco, appunto. Per capirci, la Syrena è stata l’unica auto prodotta in Polonia durante il blocco comunista. Un macinino che a stento si vendeva in patria, figuriamoci all’estero. Perciò, non c’è mica da sorprendersi se al di fuori dei confini polacchi sia pressoché sconosciuta.

Stessa cosa: onestamente, quanti hanno mai sentito, anche solo per caso, nominare The Witcher prima del 2007? Cioè, da prima che una piccola software house polacca chiamata CD Projekt, prendesse come soggetto i romanzi di Andrzej Sapkowski e sviluppasse un videogame omonimo contribuendo così, a dare risalto internazionale a questo nome? E so’ due: ecco, appunto.

Ora, The Witcher è la saga che narra le imprese di Geralt di Rivia. Uno “strigo”, cioè un essere umano che attraverso la Prova delle Erbe, specie di rituale alchemico-magico, subisce profonde mutazioni. Le quali garantiscono forza, velocità e agilità sovrumane, immunità ai veleni, fattore rigenerante e via dicendo. Insomma, il concetto di base è lo stesso di Capitan America col siero del supersoldato.

Tutto questo perché, a differenza di elfi, nani e quant’altro, quella degli strighi è una razza artificiale. Nata col solo e unico scopo di cacciare e uccidere mostri. Cosa che Geralt, così come i pochi strighi rimasti, fa in cambio di denaro. Poi, a un certo punto nella sua vita subentrano Ciri, giovane principessa senza regno e Yennefer, bellissima e potentissima strega con cui Geralt intreccia una relazione amorosa.

Recensione della prima stagione di The Witcher, serie televisiva Netflix con Henry Cavill

Ok, ci siamo? Bene. Ecco che adesso arriva il cruciale busillis: The Witcher di Netflix è come un bel giocattolo; bello ma rotto. Semplicemente perché, per quanto possa essere intrigante, questa non è roba di ieri e manco di ieri l’altro. Il guardiano degli innocenti e La spada del destino, rispettivamente primo e secondo libro di quella che poi sarà una saga, uscirono fra il 1990 e il 1993.

Che poi da noi siano stati pubblicati per la prima volta verso il 2011, a seguito del successo internazionale dei videogames, è un altro discorso. Il punto è che ‘sti due libri risalgono a un periodo in cui le cose erano, ma diciamo giusto un tantino, diverse.

Politically correct, empowerment femminile, “quote rosa” in genere e tutte ‘ste belle cose qua tanto care oggi, all’epoca erano concetti per lo più assimilabili a stravaganti curiosità e manco prese in considerazione più di tanto. Non solo: metti che sia Il guardiano degli innocenti che La spada del destino non sono proprio romanzi, bensì, entrambi raccolte di sei racconti ciascuno.

Racconti del resto, slegati totalmente gli uni dagli altri sia nel tempo che nello spazio. Il cui unico, vago filo conduttore che li accomuna è Geralt di Rivia. Il protagonista di tutto ‘sto teatrino. Per quanto siano fondamentali e importanti in molte di queste storie, Yennefer e Ciri, restano, incontrovertibilmente, personaggi secondari.

Henry Cavill: Geralt di Rivia Netflix serie 2019

Vediamo di capirci: secondo il nuovo ordine mondiale, oggi come oggi chiunque sia nel settore dell’intrattenimento, di qualunque media si tratti, prima di fare un passo pare sia tenuto ad ascoltare i “consigli” del fandom. Cosa che molto probabilmente, anzi, sicuramente, ha fatto pure Lauren Schmidt Hissrich, la showrunner della serie, quando ha deciso di basare il fulcro dello spettacolo sui primi due libri.

Chiaramente, non c’è nulla di male nell’ascoltare il feedback degli utenti. Così come non c’è nulla di male nel restare quanto più attinenti al materiale d’origine da cui si sta attingendo. Ma questo è un conto, però. Altro paio di maniche è il lavoro di adattamento, come un altro ancora è cercare di accontentare ‘na manica di sciroccati, che manco sanno cosa vogliano di preciso.

Magari, complice anche il media che si presta abbastanza bene, con The Witcher Netflix avrebbe potuto seguire la strada tracciata da quelli della CD Projekt. Cosa che, del resto, ha fatto la Dark Horse col ciclo a fumetti, visto che il loro lavoro d’adattamento è, innegabilmente, fantastico. Ma no, la pressione sociale era troppo alta. La paranoia de “Il libro era meglio” troppo grande.

Perciò, adottiamo il metodo Snyder: prendiamo parti di un media così come sono, e appiccichiamole in un altro del tutto diverso sperando che, in qualche modo, le cose funzionino. In pratica, i problemi del The Witcher di Netflix, nascono proprio da questo. Un approccio fondamentalmente sbagliato e confuso alla costruzione complessiva dello spettacolo.

Freya Allan: Cirilla / Ciri serie Netflix 2019

Essenzialmente, Henry Cavill come Geralt, a parte quel brutto lavoro di parrucca, è assolutamente fantastico. Sarà che, come più volte ha detto ben prima che s’iniziasse a parlare di un’ipotetica serie, è un grande fan dei videogames. Cosa che, tra l’altro, in fase di casting l’ha portato a fare richiesta per il ruolo. In ogni caso, l’interpretazione, la caratterizzazione, tutto quanto è perfetto.

Gli episodi della serie che si concentrano esclusivamente su di lui, seguono lo stile monster-of-the-week e in due parole, sono belli e divertenti. Il problema, sta nel fatto che l’assenza di uno schifo di connessione fra un’avventura e l’altra, castra ogni tentativo di sviluppo. Sia del personaggio che del suo ruolo nello schema generale della trama.

Ciri invece, interpretata da Freya Allan – giusto un po’ inquietante una ventenne che dimostra, sì e no, undici anni – fin dall’inizio viene enfatizzata come parte fondamentale nel grande schema delle cose. Solo che, tanto per fare un’analogia, Arya Stark ne Il trono di spade per quanto scarso possa essere il minutaggio dedicatogli, è comunque un personaggio attivo. Il cui sviluppo, la cui crescita, rimane costante.

Al contrario, e almeno per il momento, con la storia del destino di qua e il destino di là, Ciri è poco più di un elemento statico della trama. Le parti che la riguardano non la rendono un personaggio avvincente a se stante: fa cose, vede gente; ma alla fine sta lì nel frattempo Geralt la raggiunga. Certo, tutti fanno un gran lavoro e fra i tre, Cavill è sicuramente il più divertente da vedere e quello che meglio incarna l’essenza del personaggio.

Recensione della prima stagione di The Witcher, serie televisiva Netflix con Henry Cavill

Tuttavia, l’interpretazione migliore resta quella di Anya Chalotra come Yennefer. Al momento, il personaggio più avvincente di tutto ‘sto teatrino. Da buzzicozza deforme – specie di strano incrocio fra Tarantino, Quasimodo e un curioso animale domestico – a splendida maga, Chalotra riesce a incarnare il personaggio in ogni fase della sua vita ed è, in una parola, fantastica.

Infatti, la sua è l’unica trama che pare funzionare davvero nell’economia della situazione. Sicuramente perché quella di Yennefer è una origin story, scritta ex novo appositamente per The Witcher di Netflix. Quindi, l’unica parte le cui sequenze sembrano adattarsi ordinatamente al resto della trama più ampia della serie.

Il punto, però, è che non c’è coerenza. In altre parole, le parti di ogni personaggio sono, decisamente troppo, diverse nei toni. Per esempio, le sequenze di Geralt spesso sono leggere e umoristiche; complice pure il personaggio di Ranuncolo tipo spalla comica. Mentre quelle di Yennefer sono incredibilmente cupe e drammatiche.

Recensione della prima stagione di The Witcher, serie televisiva Netflix con Henry Cavill

Tutto questo, si ricollega al principale e più grande problema della serie: da un lato, il tentativo di dare immediatamente risalto a Yennefer e Ciri. Personaggi femminili secondari di un’opera risalente a trent’anni fa, ricordiamoci, messe sullo stesso piano di Geralt così da renderli co-protagonisti. Dall’altro, la trasposizione su schermo in scala 1:1 del formato novellistico usato da Sapkowski.

Giusto per capirci, su carta magari funziona pure che leggi una serie di racconti che, seppur basati a distanza di anni e chilometri l’uno dall’altro, coinvolgono lo stesso personaggio. Esempio banale: Le mille e una notte. C’è la cornice narrativa rappresentata da Shahrazād, che nella finzione narrativa, racconta le varie storie e funge da collegamento fra esse.

Su schermo invece, ‘sta cosa, senza manco uno straccio di cornice narrativa, uno sputo di correlazione o una qualunque cosa che colleghi le varie sequenze, si traduce in pura cagnara. Infatti, The Witcher di Netflix così com’è, pare costantemente una guerra tra formati diversi. Cioè, tra la forma originale di racconti brevi, cucita a forza su di una trama più lunga.

In ogni episodio, ti rendi conto solo a un certo punto, le sequenze che coinvolgono i vari personaggi sono totalmente slegate le una dalle altre. Non solo, si svolgono addirittura a distanza di decenni. Tipo, s’inizia con Geralt che, non so… fa le sue cose da Geralt, ok? Stacco. La scena si sposta su Yennefer che, diciamo sta imparando a usare i suoi poteri. Stacco. Si torna su Geralt. Stacco. Vediamo nel frattempo che sta facendo Ciri.

Recensione della prima stagione di The Witcher, serie televisiva Netflix con Henry Cavill

Insomma, si arriva a un punto che, mentre un personaggio appare come bambino in una scena, appare adulto in una trama diversa. Durante lo stesso episodio. Oppure, per dire, nell’episodio precedente Tizio ammazza Caio. Mentre in quello successivo, rivedi Caio, vivo, impegnato in tutta ‘na serie di cose.

Allora capisci, e non perché la narrazione si sviluppi in questo senso o perché, magari, ti venga dato fosse pure solo mezzo straccio di spiegazione, no. Lo spettacolo salta avanti e indietro nel tempo, non solo da un episodio all’altro, ma pure da una scena all’altra. Gli unici chiarimenti, vengono da pochi secondi di dialogo, quattro parole sputate in realtà, del tutto casuali fra personaggi secondari spalmati su un’ora o due di girato.

Sia chiaro, ‘sto The Witcher di Netflix non è per niente brutto come prodotto. Gli attori sono bravi, uno meglio dell’altro. Gli stunt e le sequenze di lotta sono eccezionali. Pure la questione di fondo dei mostri, che avrebbe potuto benissimo trasformarsi in una baracconata clamorosa, c’ha invece un certo spessore. Il suo grosso problema, sta in una cagnara eccessiva.

Henry Cavill: Geralt di Rivia

Per questo, almeno la prima stagione, di The Witcher fallisce. La struttura contorta, disordinata, blocca l’avanzamento della narrazione. Limita e impedisce lo sviluppo di storia e personaggi impedendo così di avere un vero e proprio senso di profondità generale. Cosa peggiore, non riesce a dare un senso di appagamento.

Nel senso che, guardandolo, si ha sempre quella sensazione, quel fastidio, come se ti fossi perso qualcosa. Come se, invece di guardarli nell’ordine giusto, iniziassi a guardare gli episodi a casaccio. Partendo dal quinto, saltando all’ottavo per poi, magari, vedere il primo episodio e così via.

A ogni modo, visto che The Witcher è già stato rinnovato per una seconda e terza stagione, immagino ci sia ampio margine di manovra per sistemare le cose e correggere il tiro. Ché, in fondo, le potenzialità ce l’ha tutte.

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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