Privacy Policy Fuga da Absolom - La distopia anni '90

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Fuga da Absolom – La distopia anni ’90

Fuga da Absolom (No Escape) è un film del 1994, diretto da Martin Campbell.

No Escape, qui da noi e in altri paesi distribuito e conosciuto come Fuga da Absolom è, onestamente, un film difficile da mettere a fuoco. Fondamentalmente perché Fuga da Absolom è, in sé, un mischione di robe schiaffate assieme, ti rendi conto poi, senza un vero e proprio senso. Perciò, diventa difficile capire se il film funziona davvero, oppure è la miscellanea di suggestioni a tenerlo, in qualche modo, in piedi.

Facciamo un passo indietro, ché in buona sostanza la storia dietro la storia del film è quasi più interessante del film stesso. Allora, Victor A. Kaufman, ex presidente della Columbia Pictures e fondatore della TriStar, nel 1992 fondò la Savoy Pictures Entertainment. Un piccolo studio cinematografico indipendente, il cui obiettivo era collocarsi nella fascia di produzione medio-bassa, fra i dodici e i venti milioni al massimo per film.

Fascia del resto, in cui già si davano battaglia Miramax e New Line Cinema. Perciò, un altro obiettivo della Savoy era la produzione, occasionale e se i bilanci l’avessero permesso, di blockbuster fino a ottanta milioni di petroldollari cacciati solo di tasca loro. Un bel proposito, sicuramente. Peccato per quel che successe dopo.

Fuga da Absolom – Ray Liotta vs. The World

Recensione di Fuga da Absolom (No Escape) film del 1994, diretto da Martin Campbell.

Senza farla più lunga del necessario, nel 1993 uscì la prima produzione Savoy: Bronx (A Bronx Tale) di e con Robert De Niro. Il film andò bene e le cose stavano ingranando. Seguirono un paio di filmetti e poi nel 1994, uscì La signora ammazzatutti (Serial Mom). Una commedia nera molto carina, di John Waters con Kathleen Turner nel ruolo di una casalinga serial killer.

Ecco, metti che ‘sti due e giusto un altro paio di film al massimo, sono stati gli unici successi della Savoy. Che proprio nel 1994, fece il passo più lungo della gamba schiantandosi a terra di faccia: volevano fare il blockbuster super-mega-wow. Così, ingaggiarono Sylvester Stallone mettendogli in mano la bellezza di venti milioni. Indovina per cosa? Niente. Un progetto in studio che, alla fine, non venne mai realizzato. Venti milioni andati, così. Alé.

Essenzialmente, fu ‘sta cosa dei venti milioni dati in amicizia a Stallone che portò a Fuga da Absolom. Un ripiego, in sostanza, nato da un progetto fallito. Nonostante tutto però, l’idea di piazzare un film di genere era ancora lì. A causa delle perdite però, la Savoy si occupò solo della distribuzione di Fuga da Absolom. A metterci il dinero, fu la Pacific Western Productions, società fondata dalla storica produttrice Gale Anne Hurd.

Recensione di Fuga da Absolom (No Escape) film del 1994, diretto da Martin Campbell.

Così, tra ‘na cosa e l’altra, riuscirono a ingaggiare Ray Liotta. Attore famoso, certo; ma sicuro più abbordabile rispetto a gente come Stallone & co. che, da soli, si ciucciavano mezzo budget. Ray Liotta, tra l’altro, all’epoca era conosciuto principalmente per i ruoli da cattivo. Tipo Henry Hill in Quei bravi ragazzi e il maniaco psicotico in Abuso di potere.

In generale, pure per lui Fuga da Absolom era ‘na specie di ripiego. Accettò la parte per la possibilità di staccarsi dall’immagine del cattivo e non diventare un caratterista. Alla fine, magari sarà stata tutta ‘sta storia di compromessi e accomodature, il motivo per cui Fuga da Absolom pare ‘na cosa, come dire… tanto raffazzonata, insomma.

A ogni modo, il film è basato su The Penal Colony, un romanzo di Richard Herley pubblicato nel 1987. Se il film sia o meno attinente con ‘sto romanzo oppure, tragga solo vagamente ispirazione per il soggetto, boh, vallo a sapere. No, perché visto e considerato tutto quanto, sarebbe caruccio sapere ‘sta cosa.

Recensione di Fuga da Absolom (No Escape) film del 1994, diretto da Martin Campbell.

Comunque sia, Fuga da Absolom film, è ambientato nel 2022. In questo futuro – quasi giorni di un futuro passato, ormai – la società ha deciso che la scelta migliore è quella di costruire gigantesche colonie carcerarie. Bene. Su carta, lo scopo è sfruttare gli ergastolani come forza lavoro a costo zero. Un modo carino per dire schiavi, praticamente. Benissimo.

In questo scenario, l’ex capitano dei marine J.T. Robbins (Ray Liotta) dopo aver ucciso un superiore, viene condannato all’ergastolo e portato a Leviticus, un super-mega-carcere di super-mega-massima sicurezza. Tra parentesi, il Leviticus più che un carcere pare una vera e propria città. Le cui megalitiche torri svettano per centinaia di metri in mezzo al deserto che lo circonda.

Addirittura, Robbins viene trasportato con la monorotaia di aereosuperfantascienza della prigione. Tutto molto bello certo, ma non è questo il punto: il film si chiama Fuga da Absolom e non Fuga da Leviticus, no? Ecco. Viene fuori che Robbins è troppo tosto e il super-mega-carcere troppo morbido. Perciò, il direttore… uhm… Direttore (Michael Lerner) decide di sbattere Robbins ad Absolom.

Recensione di Fuga da Absolom (No Escape) film del 1994, diretto da Martin Campbell.

Realisticamente, ci sarebbe da chiedersi quale sia il rapporto costi-benefici di tutto questo. Quanti prigionieri, per esempio, dovrebbero essere trasportati ogni giorno solo per giustificare la monorotaia. Devi pure sforzarti, veramente tanto, per credere che:
A) Per il suo comportamento, Robbins non venga ucciso subito.
B) Che Absolom sia una punizione più dura del super-fanta-carcere.

Ché Absolom è una lussureggiante isola in mezzo al Pacifico, dove i prigionieri vengono lasciati a loro stessi. Tranne per le razioni che arrivano puntualmente ogni mese, ma tant’è. Comunque, qui si sono organizzati in due fazioni: da un lato, gli Esterni, feroci e cannibali guidati da Marek (Stuart Wilson). Dall’altro, gli Interni, guidati dal Padre (Lance Henriksen). Un gruppo civile e ordinato, organizzato tipo villaggio medievale.

Ora, cerchiamo di capirci un attimo, eh. Metti che, forse, il romanzo originale da cui è tratto Fuga da Absolom è un tantino più approfondito. Magari, chiarisce e spiega meglio il perché di tante cose. Tipo, tutt’intorno all’isola ci sono le difese di fantascienza, i laserini che fanno pew! pew!, i satelliti in orbita che monitorano la situazione… Eh, perché?

Recensione di Fuga da Absolom (No Escape) film del 1994, diretto da Martin Campbell.

Pure qui viene da chiedersi, no, quale sia effettivamente ‘sto lavoro per cui, su carta, i prigionieri dovrebbero essere sfruttati? Cioè, nessuno fa ‘na beata mazza di niente. Viene fatto uno sforzo enorme per tenere, non solo ‘sti poveracci sull’isola; ma pure per tenere segreto quello che fanno lì. Cioè, niente. Chi finanzia tutto questo e a pro di che? Quali sono i rapporti costi-benefici per tenere in piedi tutta la baracca?

Fuga da Absolom è, fondamentalmente, un prison movie a cui hanno appiccicato ogni possibile idea fantascientifica, vista nei precedenti trent’anni. C’è di tutto: Fuga da New York, 2013 – La Fortezza, Sotto massima sorveglianza, Moon 44 e via dicendo. Anche se, a guardarlo bene, presenta una fin troppo sospetta somiglianza con Terminal Island.

Un film d’exploitation del 1973, in cui tutti gli assassini di primo grado vengono sbattuti su quest’isola privata adibita a prigione. La protagonista, si trova poi in mezzo a una guerra civile fra i prigionieri, divisi in due fazioni. Un po’ troppo familiare, eh? Al di là di questo, forse nel romanzo originale ci sarà, non so, ‘na riflessione di qualche tipo sui sistemi carcerari o qualcosa del genere.

Stuart Wilson: Walter Marek

Nel film, sparsi qua e là ci sono alcuni dialoghi che vanno in questa direzione; ma sono superficiali e per lo più, senza un particolare significato né intrinseco, né per l’economia della situazione. Fuga da Absolom ci prova, ogni tanto, ma ogni tentativo d’approfondimento di qualunque tema viene sbattuto al cesso e mai più ripreso in 3.8 secondi netti. Per non parlare dei personaggi, poi.

Robbins, il protagonista, anziché un eroe pare più uno che c’ha bisogno di un concreto aiuto psichiatrico. Magari in una struttura adeguata. Entra in contatto con entrambe le fazioni ma, l’unica cosa che gli interessa è la Fuga da Absolom. Ok, chiaro che questo è il leitmotiv del film; ma diamogli pure un minimo di contesto, però. Una motivazione, che vada giusto un tantino più in là del “devo scappare da qui”.

In generale, comunque questo è un problema che hanno in comune tutti i personaggi. Insomma, non è stato fatto proprio tutto ‘sto gran lavoro di caratterizzazione. Sono per lo più stereotipi, vagamente abbozzati che si limitano giusto a qualche frasetta fra una battaglia e l’altra. A conti fatti, Fuga da Absolom è per il cervello, l’equivalente di un blocco di cemento ai piedi di un nuotatore.

Ray Liotta: J.T. Robbins

La trama è riassumibile su un post-it, confusa e non spiega mai ‘na mazza di qualcosa. Ogni svolta narrativa non porta a niente, se non a domande che il film non si prende la briga di risolvere. Perché Absolom doveva rimanere un segreto, perché alcuni prigionieri sono stati esiliati sull’isola? Addirittura, a un certo punto viene fuori che gli uomini di Marek attaccano gli Interni quattro-cinque volte l’anno. Sul serio?

Eppure, nonostante tutto, Fuga da Absolom è un film incredibilmente divertente. Vero che la sceneggiatura è confusa e poco sviluppata. Ogni questione viene abbandonata subito, ma viene abbandonata a favore di sparatorie, torture, guerriglia e battaglie con la balestra. Cose, appunto, divertenti. Il ritmo è veloce e, quasi mai, ammorba.

Guardando Fuga da Absolom è chiaro che tutti gli sforzi sono andati unilateralmente verso l’azione. Il livello tecnico è alto, si vede che c’è stato speso la maggior parte del budget (venti milioni, per dire) ed è veramente piacevole guardare set e costumi. Ovvio che le aspettative della Savoy fossero altre all’epoca. Il flop del film al cinema è giustifico dal fatto che tutto si limita a un collage di temi saccheggiati qua e là.

Certo, non è proprio proprio il massimo, questo no. Però, almeno, ventisei anni dopo ci rimane un b-movie, per la sua semplicità e immediatezza, sempre divertente da guardare. Forse pure un tanto così sopra la media. Oh, alla fine, meglio di niente, no?

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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