Privacy Policy Breaking Bad - Di' il mio nome

Il Sotterraneo del Retronauta

Il tuo amichevole ricordatore di quartiere

Breaking Bad – Di’ il mio nome

Breaking Bad camper

Se non l’hai visto all’epoca, oggi, a dodici anni di distanza, perché dovresti vedere Breaking Bad? Perché spendere circa sessanta ore della tua vita, per seguire le vicende di personaggi immaginari? Beh, una volta, li chiamavamo telefilm. Oggi, con l’avvento del nuovo ordine mondiale dopo l’ascesa di Netflix e soci, sono diventate serie televisive.

Tuttavia, le cose non è che cambino così, all’improvviso, dalla sera alla mattina. Spesso, il progresso va con comodo e i programmi che alimentano il focolare dell’homo debosciatis televisivus ci mettono un po’ a evolvere. Dalle kitschissime scazzottate in tuta del Batman ultra-campy con Adam West allo spropositato consumo di lacca pro capite dei personaggi di Dallas, il piccolo schermo ne ha fatta di strada.

Breaking Bad: I am the one who knocks

Breaking Bad - Di' il mio nome
Bryan Cranston: Walter White

Sostanzialmente, vero è che lo schema, classico, quello del cattivo della settimana, cuore pulsante di quei programmi che imparammo a conoscere, identificare ma soprattutto ad amare, cominciò a cambiare molto tempo prima di Breaking Bad. Più o meno all’epoca in cui l’agente Dale Cooper arrivò a Twin Peaks e Dana Scully venne messa a fare squadra con Fox Mulder per indagare sugli X-Files.

Però, tolti loro e magari la sarcastica controcultura rappresentata da I Simpson, i primi, quelli veri, queste erano ancora eccezioni. Eccezioni che confermavano la regola che la televisione era dominata da robe tipo Cin Cin, Genitori in blu jeans, I Robinson, Baywatch e via dicendo. Parliamoci chiaro: quando l’argomento sono i telefilm, serial televisivi o come diavolo uno li voglia chiamare, si potrebbe andare avanti a ciarlare per ore.

A fare mattina magari, a ragionare fra un fischio e uno sputo, su chi fosse comandate migliore fra Kirk e Picard. Questo per dire che, nel corso degli anni, sono apparse opere diventate così importanti da essersi ritagliate un posto nell’immaginario collettivo. Tanto, da trasformarsi in veri e propri archetipi sui generis trasformando i fan in eserciti di disperati, pronti a tutto per difendere la propria serie-feticcio.

Breaking Bad - Di' il mio nome
Bryan Cranston: Walter White

Il punto però, come la metti e come la giri, è sempre lo stesso: il modo convenzionale con cui Hollywood tratta la narrazione in generale. Ovvero pompare cliché in archetipi politici e morali. C’è voluto tempo, certo; ma Breaking Bad è stato, appunto, quello che bussa. Anzi. Più che bussare, Breaking Bad è il postmodernismo che ha preso a calci la porta delle pigre, rassicuranti convenzioni che dominavano la televisione.

Walter White (Bryan Cranston), insegnate di chimica ad Albuquerque è un uomo semplice. Mite, remissivo tanto da essere quasi sottomesso da colleghi e famiglia. Afflitto da un profondo senso d’ insoddisfazione per la piega che la sua vita ha preso, viene visto e trattato come il classico medio-man che si trascina giorno dopo giorno in una vita grigia e piatta, fra piccole gioie e grandi problemi.

Suo figlio, Walter Junior (R.J. Mitte) è affetto da paresi cerebrale. Disturbo che gli provoca difficoltà di linguaggio e motorie, costringendolo all’uso delle stampelle per muoversi. Oltretutto, la nascita di un altro figlio, che sia lui che sua moglie Skyler (Anna Gunn) non avevano previsto, costringe Walter, sulla soglia dei cinquanta, a fare un secondo lavoro come sguattero in un autolavaggio per sbarcare il lunario.

Breaking Bad - Di' il mio nome
Bryan Cranston: Walter White

A questo, metti pure che suo cognato Hank (Dean Norris), agente speciale della D.E.A., non perde mai occasione di sottolineare le differenze fra la sua vita, emozionante e avventurosa, e quella patetica di Walter. Le cose cambiano quando un giorno come tanti, a Walter viene diagnosticato un cancro terminale ai polmoni.

Elaborata con fatica la cosa, c’è solo un tarlo che rischia di farlo impazzire: la paura di lasciare sua moglie e i suoi figli sul lastrico e pieni di debiti. La risposta, del tutto inaspettata, avviene dall’incontro casuale con Jesse Pinkman (Aaron Paul). Jesse è un suo svogliatissimo ex alunno, diventato un piccolo spacciatore da quattro soldi.

A quel punto Walter realizza che le sue enormi conoscenze, con gli agganci di Jesse, potrebbero assicurargli un veloce e grossissimo guadagno con cui risolvere tutti i suoi problemi e sistemare la famiglia prima della dipartita. Da lì, Walter White diventerà Heisenberg: il cuoco della metanfetamina più pura che si sia mai vista.

Breaking Bad - Di' il mio nome
Aaron Paul: Jesse Pinkman

Sostanzialmente, com’era, com’è e come sempre sarà, in crescendo la popolarità di una serie è legata, inevitabilmente, a due cose: da un lato, all’ombra nera del salto dello squalo. L’ansia della cazzata che sempre t’accompagna ogni volta che t’appassioni a una serie, e pensi, sicuro prima o poi verrà fuori. Dall’altro, la necessità matta e disperata di battere cassa.

In altre parole, questo significa il dover diluire qualunque contenuto in, come dire… ‘sta specie di molle semolino digeribile da chiunque, ecco. Dall’ultimo ottusissimo Peter Griffin allo svogliatissimo Homer Simpson di turno, tutti possono applaudire, felici e contenti di aver capito cosa cacchio sta succedendo a schermo.

“I am not in danger, Skyler. I am the danger.” Io non sono in pericolo, Skyler. Io sono il pericolo, diceva Walter alla moglie in una delle sequenze più iconiche della serie. Sparata che, metti, probabilmente è il punto migliore da cui partire per riassumere Breaking Bad. Perché Breaking Bad è Walter White.

Bryan Cranston: Walter White

La parabola di Walter è un dramma Shakespeariano simile alla bottiglia di Klein: non esiste un sopra o un sotto. L’evento più tragico della sua vita è la cosa migliore che gli sia mai capitata. Il motivo che lo ha spinto verso una lenta discesa all’inferno ma, allo stesso tempo, rappresenta la scalata al riscatto personale. Alla rivalsa nei confronti della vita che l’aveva sempre preso per il culo.

Non è questione di questo o quello. Le cose non sono bianche o nere. Poco alla volta, il cancro diventa sempre più un pretesto per Walter. Grazie al quale ottenere uno scopo, un obiettivo, che man mano diventa ossessione. Continua a ripetersi che sta facendo tutto per la sua famiglia ma i contorni si fanno sempre più sfumati, la morale sempre più ambigua. In questo senso, Breaking Bad non perde mai di vista il proprio senso.

Ché ‘na cosa del genere, era un attimo a scivolare dalle mani e trasformarsi nel classico from zero to hero. Walter White, non passa all’improvviso da medio-man a Tony Montana. Cambia, evolve a causa del mondo di violenza e omicidi in cui si sta addentrando. Ma la sua indole rimane la stessa: è un uomo normale. Tutto questo lo spaventa ma, contemporaneamente, lo affascina.

La trama, l’intero arco narrativo di Breaking Bad, nella sua lucida chiarezza, non è mai banale o scontato. Non esistono personaggi-autore, messi lì apposta per imboccarti col cucchiaino. Per sottolineare situazioni e concetti, spesso, fastidiosamente ovvi. No, ci sei solo tu, i personaggi e le loro vicende. Questa del resto, è una cosa che si riflette pure nei vari twist durante la serie.

Bryan Cranston: Walter White
Aaron Paul: Jesse Pinkman

Capiamoci, molte volte l’agnizione, cioè la scoperta, è fiaccata da trovate così prevedibilmente irritanti che l’acqua calda pare ‘na roba di ieri, proprio. Invece, pure quando sembra che qualcosa stia per accadere, ti prende sempre alla sprovvista. I personaggi sono brillanti, definiti, carismatici e mai sovradimensionati o sottostimati. Ognuno è il tassello di un mosaico sempre funzionale ai fini della trama.

Nessuno sta lì, buttato a casaccio, tanto per allungare il brodo e continuare a far fare cose a Walter. In questo senso, Breaking Bad si sciacqua con disinvoltura l’eventualità di trasformarsi in un buco nero propendente all’unilateralismo verso il singolo personaggio. Cosa che le serie tv, quando non s’arenano contro il muro di gomma del minutaggio eccessivo, fanno fin troppo spesso.

Il creatore della serie, Vince Gilligan, conosciuto all’epoca per essere stato sceneggiatore e regista di un cospicuo numero di episodi di X-Files, con Breaking Bad ha segnato il passo. Al suo apice, la storia dà un’impressione tipo senso di vertigine. Un po’ come affacciarsi su un baratro; il baratro delle emozioni umane. A un certo punto, tutti sono ossessionati da tutto e tutti, nel paranoico tentativo di distruggersi a vicenda.

Breaking Bad - Di' il mio nome
Bryan Cranston: Walter White

La traiettoria tonale e stilistica è sorprendente: i contorni si fanno sempre più sfumati e i confini sempre più sottili. L’ago della bilancia morale continua a spostarsi da una parte all’altra e diventa difficile poi, anche solo dar torto o ragione a chicchessia. Metti, proprio come nella vita vera, dove spesso il problema è che di problemi ce ne sono tanti e le cose non possono essere risolte con un semplicistico è così è cosà.

Lo stesso Walt, più s’addentra nel sudicio sottobosco della sua psiche e più n’è spaventato. Ma più si spaventa tanto più il suo alter ego, Heisenberg, diventa forte. Come se il burattino controllasse il burattinaio, piuttosto che il contrario. Una lotta interiore, costante, che si riflette sull’intera serie, che lentamente somiglia sempre più a una proiezione da incubo della visione del mondo di Heisenberg.

Walter White è uno dei personaggi più complessi e meglio scritti nella storia del piccolo schermo. Bryan Cranston, famoso prima di Breaking Bad per essere stato il padre mezzo scemo nella sitcom Malcolm in the Middle, è assolutamente eccezionale. Per il ruolo s’è aggiudicato ‘na carretta di premi, ma santiddio se a quest’uomo i premi non glieli dovevano tirare appresso a manetta con la fionda.

A ogni modo, mica pare strano poi il fatto che Breaking Bad sia considerata quasi all’unanimità la serie migliore di sempre. Seriamente, perché vedere Breaking Bad si diceva all’inizio, no? Ecco, vivere senza aver visto Breaking Bad è un po’ come essere un Thomas Magnum senza baffi o un Arthur Fonzarelli senza giubbotto. Ti manca qualcosa di fondamentale.

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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