La realtà virtuale nei film degli anni '90

La realtà virtuale nei film degli anni ’90

Ah, il bello del famigerato senno di poi con cui guardi le cose a posteriori. Che cosa fantastica. Perché in effetti, non c’è metro di giudizio più obiettivo del tempo che passa: imparziale. Impietoso. Essenzialmente menefreghista di qualsivoglia “se” o “ma”. In grado di farti vedere le cose sotto molte prospettive diverse, a seconda del suo scorrere. Per capirci, provando uno di questi tanto decantati aggeggi per la realtà virtuale di cui si sta a fa’ un gran parlare, m’è venuto in mente di getto, un periodo abbastanza particolare. Ovvero, quando sul finire degli anni ’80 inizio ’90, l’esponenziale crescita della tecnologia di consumo, ci dava l’impressione di vivere già nel futuro.

Presente, no? Dal walkman al lettore cd, i telefoni cellulari, i computer, i primi videogames in 3-D. Pareva tanto di stare in piedi sulla cuspide del tempo, pronti a fare giusto quel saltino per trovarci direttamente in quel “mondo del domani”, idealizzato – spesso ingenuamente – da almeno tre decenni pieni a quella parte. Ora, più o meno l’argomento lo presi, diciamo di sponda, nelle due righe sugli inutili accessori finto-fantascientifici delle console che furono. A ‘sto punto quindi, perché non ci ficchiamo in testa uno di quei caschi impossibili e andiamo a buttare l’occhio su ‘na manciata di film che provavano a ipotizzare la realtà virtuale una ventina e passa d’anni fa?

 

  • Il Tagliaerbe (The Lawnmower Man – 1992)

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Come non iniziare da Il Tagliaerbe, simbolo per eccellenza dell’ingenuità di quegli anni che con arroganza tentavano d’immaginare – e descrivere – un ipotetico futuro virtuale? Comunque sia, devo ammettere che questo è uno dei film più bizzarri provenienti da quei giorni di un futuro passato, perché in bilico: esattamente a metà fra il salvabile e una sepoltura di pernacchie. In pratica, c’abbiamo Pierce Brosnan che interpreta il Dott. Angelo, una sorta di archetipo dello scienziato pazzo. Con quel giusto pizzico di sensualità in più però, dato dal petto villoso in bella mostra che non guasta mai. Sostanzialmente, nonostante i risultati con gli scimpanzé abbiano dato esiti alquanto “discutibili”, Angelo imperterrito porta avanti i suoi esperimenti, basati sull’idea che l’intelligenza umana possa essere espansa e incrementata artificialmente.

Ed è qui che entra in scena Jobe, il personaggio interpretato da Jeff Fahey. Un poveraccio ritardato che suo malgrado, senza rendersene conto viene considerato lo scemo del villaggio perché, beh… sì, insomma a conti fatti lo è. Allorché, il Dott. Angelo dagli scimpanzé sposta la sua attenzione su Jobe, che dopo alcune settimane di trattamenti a base di cocktail fanta-medici e videogiochi finto-futuristici viene fuori come un genio super-intelligente. Il problema, sta nel fatto che l’intelligenza di Jobe continua a crescere vertiginosamente, tanto che a un certo punto, in un delirio di onnipotenza si definisce “Cyber-Cristo” con l’intento di conquistare il mondo.

Ora, il film per anni è stato accreditato e pubblicizzato come tratto da un racconto di Stephen King, ok? In realtà, fatta eccezione di piccoli punti di richiamo, Il Tagliaerbe è talmente differente dal materiale a cui millanta di ispirarsi, che lo stesso King fece causa ai produttori per far rimuovere il suo nome dai credits. Inoltre, la sceneggiatura scritta dal regista Brett Leonard e sua moglie, innanzitutto venne firmata col titolo di Cyber-God. E poi presenta molti più punti in comune col famoso racconto di Daniel Keyes “Fiori per Algernon”, che con l’omonimo racconto di King.
Ah! Tra parentesi: fotocopiatelo, scaricatelo, rubatelo o il cacchio che vi pare, ma procuratevi assolutamente “Fiori per Algernon”; uno fra i pochissimi racconti di fantascienza più belli di tutti i tempi.

  • Arcade (1993)

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Diciamo che, tanto per essere gentili, questo film prodotto dalla gloriosa Full Moon di Charles Band (tra l’altro, anche sceneggiatore in questo caso) è stato tirato su con l’equivalente in potere d’acquisto di tre pizze e una birra grande. Arcade è un fanta-horror dal budget e dal taglio fin troppo straight-to-video. Con effetti speciali che paiono usciti direttamente dal Super Nintendo, e va be’. Però, c’è da dire che presenta un’idea di fondo piuttosto accattivante.

In due parole: c’è questo – solito – gruppo di ragazzini, con l’hobby di rincogliostonarsi coi videogames. Allorché, nella sala giochi che frequentano di solito, viene installato un nuovo gioco chiamato Dante’s Inferno. All’inizio pare ‘na gran figata, finché non si scopre che il gioco, è in grado d’intrappolare al suo interno i giocatori coinvolgendoli in una partita mortale (qualcuno ha detto Tron, per caso?). Ciò perché la società che l’ha sviluppato, al fine di rendere Arcade (il cattivo all’interno del mondo di gioco) più “realistico” e malvagio, ha usato le cellule cerebrali di un bambino defunto, ammazzato di botte dalla madre. Bisogna ammettere che il connubio uomo-macchina-realtà è stato sfruttato in maniera alquanto creativa e, tutto sommato, sorvolando sui mezzi avuti a disposizione all’epoca, il film comunque è abbastanza divertente.

  • Brainscan (1994)

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Altro anno, altro giro di giostra. Uscito agli inizi del ’94, Brainscan – così com’è – è il risultato di quando capre con palesi disturbi mentali vengono dotate di poteri decisionali. In sostanza il protagonista, Edward “John Connor” Furlong, è un ragazzo introverso, traumatizzato dalla morte della madre. Appassionato di tecnologia e videogames prova di tutto – tranne la droga, per restare nel politicamente corretto – pur di evadere dalla triste, buia e grigia realtà che lo circonda. Così, a seguito di una pubblicità accattivante

[“Entrate nel gioco che si rivelerà più vero della realtà.[…] La più spaventosa esperienza con cui tu abbia mai avuto il dispiacere di venire a contatto. Quel che rende “Brainscan” unico è l’interfaccia col tuo subcosciente; tu ci dai l’ispirazione e noi ci occupiamo del resto.”]

accetta di provare questo nuovo gioco, il cui scopo è quello di uccidere chiunque capiti a tiro senza lasciare tracce. Bello su carta. Peccato che tutto quanto fatto all’interno del mondo virtuale, si rifletta poi nel mondo reale. Così, com’è come non è, fa la sua comparsa il Trickster. Ovvero il demone virtuale creatore/padrone del gioco, che non fa altro che spingere il protagonista sempre più agli estremi. Ora, in sé il film non è malaccio, anzi. Scritto da Andrew Kevin Walker, autore poi di Seven e 8 mm, Brainscan è abbastanza cupo e presenta anche tante buone idee. Il problema sta nel fatto che, se le capre suddette, non avessero alterato lo script originale all’ultimo momento, per forzare l’inserimento del cattivo in stile Freddy Krueger nel tentativo di fare soldoni facili, probabilmente il tutto sarebbe potuto essere di gran lunga migliore di così.

  • Virtuality (Virtuosity – 1995)

La realtà virtuale nei film degli anni '90-virtuosity-1995

Riecco Brett Leonard che a tre anni di distanza da Il Tagliaerbe, con Virtuality torna a occuparsi dei rischi in cui s’incorre facendo uso smodato della tecnologia. Nel farlo, sceglie di cavalcare l’onda del momento utilizzando la formula dell’action-thriller. Così, c’abbiamo Denzel Washington che interpreta il classico poliziotto caduto in disgrazia che però, guarda caso, è l’unico in grado di risolvere la situazione che s’è imbruttita. In questo caso, un’entità artificiale creata per pensare come un essere umano. Il problema, è che questa entità, è stata sviluppata utilizzando come base i tratti psicologici di duecento criminali. Quindi, come il cugino Skynet, l’entità diventa autocosciente e tramite la costruzione di un corpo costituito da nanomacchine e silicone, riesce ad abbattere le barriere tra realtà e virtualità seminando terrore e morte a gratis.

Il nome di questo super programma senziente finto-Terminator è Sid 6.7, interpretato da quel Russel Crowe al tempo in forma, che da lì a poco sarebbe diventato famoso come il Generale Massimo Decimo Meridio e oggi, come cosplayer ufficiale di Mario Merola. Alla fine della fiera, il film non è male. Forse un po’ troppo ingenuo nel voler fornire spiegazioni non necessarie e costruite vagamente alla cazzomannaggia e un Russell Crowe che saltella epilettico come un Joker fatto ad acidi troppo sopra le righe. Tolto questo, ripeto, non è male.

  • Johnny Mnemonic (1995)

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Prima di calarsi a pasticche, a scelta fra rosse e blu per vedere Matrix, il vecchio, caro Keanu Reeves è stato protagonista di un altro film più o meno similare, basato sul racconto omonimo “Johnny Mnemonico” di William Gibson. La trama, in sostanza è che Johnny, un ricordante, ovvero un contrabbandiere di ricordi, tramite modifiche speciali (un aggeggio impiantato chirurgicamente nel cranio), è in grado d’immagazzinare dati che i clienti gli affidano, per poi consegnarli ai destinatari che tramite una password di cui solo loro sono a conoscenza, possono successivamente scaricare. Ora, sorvolando sulla trama in sé, Johnny Mnemonic a distanza di ventun anni dall’uscita si regge ancora in piedi? Fondamentalmente, “nì”.

Nel senso che, se da un lato la storia ha un bell’intreccio, ti appassiona, il cast fa un buon lavoro e via dicendo, dall’altro lato, soffre del problema tipico di questi film: ovvero il risultare posticcio per via di tutto l’impianto futuristico su cui si fonda, eccessivamente retrodatato e già inevitabilmente scaduto. Per dire, “Johnny Menomico” Gibson lo scrisse nel ’80. Per poi essere inserito nella famosa antologia “La notte che bruciammo Chrome” pubblicata nel ’86. Anche se lo stesso Gibson, ben quindici anni dopo partecipò alla stesura della sceneggiatura del film, adattandola meglio ai tempi correnti, comunque non riesce a staccare dal film quell’aria di “stantio”. Di come cioè, un uomo trentasei anni fa immaginava il prossimo futuro. E beh, questo è un male? Assolutamente no. Anzi, personalmente io vi consiglio sia di andarvi a comprare il libro che di vedervi il film.

Ah, tra parentesi, a un certo punto Johnny deve utilizzare un “raddoppiatore di capacità”, ovvero un aggeggio che dalla sua iniziale capacità d’immagazzinamento dati di ottanta giga, lo fa arrivare a centosessanta. Oggi – appunto come dicevo – questa cosa fa ridere. Ma nel ’95 era un qualcosa di allucinante, visto che gli hard disk dell’epoca a stento arrivavano a dieci Gb. Io stesso nel ’97 possedevo un glorioso Pentium III con un hd dalla sbalorditiva capienza di ben, e dico ben, diciotto Gb. Mica roba da ridere, eh.

  • Strange Days (1995)

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Strange Days, scritto da James Cameron e diretto dall’ex moglie Kathryn Bigelow, è un dei miei film preferiti. Vero è che al botteghino, fu uno di quei flopponi che vanno su ‘na scala da zero ad Alex l’Ariete. E personalmente, credo che ciò fu dovuto al fatto che Strange Days sia uno di quei film che al momento dell’uscita, in virtù del loro essere così “borderline”, non riescono a trovare una giusta collocazione. Pubblico e periodo non sono quelli giusti e perciò, finiscono per non essere capiti e di conseguenza snobbati.

Fondamentalmente, il film ambientato nella Los Angeles del ’99 all’alba del nuovo millennio, vede Ralph Fiennes interpretare Lenny Nero, un ex poliziotto con la vita finita letteralmente a mignotte. In pratica, s’è trasformato in uno squallido spacciatore della “droga del futuro”: ovvero le clips per il filo-viaggio. Essenzialmente dei mini-disc su cui vengono registrate tutte le esperienze altrui. Includendo ogni input sensoriale annesso e connesso, dalla vista all’olfatto, che, successivamente tramite un dispositivo chiamato SQUID, possono essere fruite da chiunque. Quando a un certo punto gli capita un “Black Jack”, cioè uno snuff movie, Lenny si trova in una nodosa, perversa e inquietante cospirazione.

Ora, detto questo, il film tratta e tocca molti temi. Tra cui gli abusi di potere, razzismo, e il più palese fra tutti: il morboso voyeurismo concesso dalla tecnologia. Tutto con un ritmo molto serrato, quasi claustrofobico, che gli dà una forza non indifferente. Ma sopratutto, senza tutti quegli stucchevoli pipponi esistenziali che si vedevano – e vedono – in molti altri film. Inoltre, a differenza della stragrande maggioranze dei film anni ’90, saturi e stracarichi di effetti visivi, Strange Days non fa un (ab)uso di cgi smodato. Anzi. Tutt’altro proprio. La visione della Bigelow di una Los Angeles prossima ventura è solida, fondata e realistica. Per estensione, significa che Strange Days sembra decisamente meno, ma molto meno, datato degli altri film della sua epoca.

 

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto

 

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro

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La realtà virtuale nei film degli anni '90
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Una manciata di film degli anni '90 che provavano a immaginare come sarebbe potuta essere la realtà virtuale
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Il Sotterraneo del Retronauta

Retronauta

Il Sotterraneo è la casa del Retronauta, il tuo amichevole ricordatore di quartiere.

2 thoughts to “La realtà virtuale nei film degli anni ’90”

  1. che bello è vedere con il senno del poi, il futuro come ce lo immaginavamo negli anni passati? quanta aspettativa, mistero, ammirazione, stupore, paura ci riservava lo sviluppo futuro della tecnologia? questi films hanno il merito di ricordarci quei momenti, quelle emozioni.

    per quanto ora il retrofuturismo faccia un po’ sorridere e ci possano sembrare ingenui, meritano tutti una buttata d’occhio.
    ottimo post ricordante, sei un po’ il jonny mnemonic dei giorni nostri

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