Predator 2018 – Cacciatori e barzellette

Onestamente, mi frega meno di zero, ma tant’è: al momento, a cercare Predator 2018 su Google, fra i primi risultati a venir fuori c’è Rotten Tomatoes. In cui il film di Shane Black c’ha appena un miserabile 34% d’indice di gradimento. Ripeto, mi frega zero, dato che per me i siti d’aggregazione lasciano il tempo che trovano. Tuttavia, un motivo dovrà pur esserci se s’è arrivati a questo, no? Eh, il problema è proprio che i motivi ci sono; e pure tanti.

The Predator 2018 film recensione

Cerchiamo n’attimo di capirci, ok? Di norma, dalle grosse emissioni di studio largamente pubblicizzate, non m’aspetto assolutamente niente. Oltretutto, l’ho detto più e più volte e, ogni qual santa volta ne ho la possibilità, continuo a ripeterlo: a me il PG-13 sta avvelenando l’anima. ‘Sta storia che la Hollywood dei soldoni che contano, massifichi i guadagni giocandosela sull’entrata in sala dei bambini di età compresa tra i cinque e i tredici anni, sul serio, mi sta ammazzando.

Perciò, sapere che un nuovo film su Predator sarebbe stato diretto da Shane Black, nonché, se ne sarebbe sbattuto altamente dei bambini a cui non aveva la benché minima intenzione di rivolgersi, m’aveva dato un barlume di speranza. Certo, un lumicino in mezzo a ‘na tempesta, praticamente. Che però, restava acceso proprio grazie a Black.

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Non voglio dire ma, per quei pochi che non lo sapessero, ‘sto tizio tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 è stato uno degli sceneggiatori più pagati di Hollywood. Siccome ha scritto giusto robette come i primi due Arma Letale, Scuola di mostriL’ultimo boy scout e Last Action Hero. Ma pur volendo, fosse anche solo perché Shane Black è stato Hawkins, uno dei commandos guidati da Schwarzenegger nell’originale Predator del 1987.

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Quindi, visto e considerato, viene facile pensare a Black come l’uomo adatto da chiamare per dare un senso a un franchise, cannibalizzato alla cazzomannaggia ormai da troppo tempo. In questo senso, Predator 2018 si pone come un vero e proprio sequel che non ignora i precedenti film. Anzi. L’ingloba diciamo, nel tentativo di sviluppare una trama orizzontale laddove, per troppo tempo, gli unici sforzi fatti si concentravano esclusivamente nel rimettere in piedi il setting del film originale.

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Di conseguenza, vengono spiegate molte cose. Tipo perché un Predator si schiantò nella giungla sudamericana nel 1987. O perché, da allora, le visite della sua razza sul pianeta si sono intensificate col passare degli anni. Altra cosa che ho notato, è che oltre questi ci sono anche molti altri spunti presi dal primo ciclo di fumetti scritti da Mark Verheiden. Ciclo di storie del resto, tengo a precisare, che fino all’uscita di Predator 2 (il quale si basa comunque su queste) rappresentava l’unico sequel ufficiale del film.

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Il bello di tutto questo è, come dire… il senso di coerenza che viene fuori. Predator 2018 non fa lo gnorri con lo spettatore, tipo “Uh, guarda! È arrivato l’alieno cattivo ora chi ci salverà gne gne gne”. No, tramite i rapporti del maggiore Dutch Schaefer e alle tracce del combattimento nella giungla nel ’87, il governo è a conoscenza degli alieni. Li studia da allora. Perciò, ecco che nel team di ricerca governativo, c’è pure il figlio di Gary Busey. Che in Predator 2 era Peter Keyes, il tizio a comando del gruppo segreto incaricato di catturare l’alieno.

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Anche i protagonisti sono… giusti, ecco. L’eroe principale, Quinn McKenna (Boyd Holbrook) è un cazzutissimo cecchino dei corpi speciali, che alle spalle c’ha una valanga di missioni (e morti) portate a termine. Un tipo d’eroe equanime giustapposizione del testosteronico-macho-eroe degli anni ’80, assolutamente in linea coi tempi moderni. In altre parole, non è anacronistico come vedere oggi un ipertrofico Schwarzenegger anni ’80, né tanto meno ridicolo come Adrien Brody che fa l’action man in Predators del 2010.

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Comunque sia, venendo a contatto con l’alieno, il governo che vuole tenere segrete a tutti i costi le visite dei Predator, lo usa come capro espiatorio per la morte dei suoi compagni. Lo fanno passare per pazzo e lo sbattono su ‘sto bus insieme a un manipolo di altri ex soldati problematici. Tutti insieme appassionatamente, diretti a una bella prigione governativa.

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Visto però che la dottoressa Casey Bracket (Olivia Munn, la Psylocke di X-Men: Apocalypse) appena unitasi al progetto di ricerca sui Predator, vuole parlare con McKenna prima che venga sbattuto a vita in un buco sperduto chissà dove, fa fare dietrofront al pulmino. Che si dirige al centro di ricerca proprio nel momento in cui il Predator sedato si risveglia. Da qui poi, si forma ‘sta specie di sgangherata unità speciale di reietti guidata da McKenna, che si trova a scontrarsi con gli alieni.

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In effetti, questa è un’altra cosa che ho apprezzato. Ché di norma, ‘ste figure so’ giusto sagome di cartone la cui unica utilità è quella di allungare brodo e minutaggio facendo salire il body-count. Invece, in tutta onestà ho molto apprezzato questi personaggi. Che qui, risultano piuttosto caratterizzati. Chi più chi meno, hanno personalità definite e con cui, riesci persino a empatizzare in fin dei conti.

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E allora, se tanto mi dà tanto, qual è il problema di ‘sto Predator 2018? Semplice: che c’è un limite alle cazzate che uno può fare e l’altro sopportare. A buttare nel mischione violenza, dialoghi grezzi da action anni ’80 e ironia, nel tentativo d’accostarsi a quello che, de facto è un prodotto figlio dei suoi tempi ormai non replicabile, è n’attimo che le cose a Black so’ sfuggite di mano.

La cosa peggiore è che fra primo e terzo atto, c’è la stessa distanza che separa il cielo dalla terra. In un film che dura giusto poco più di un’ora e mezza, vedere i primi trenta, quaranta minuti che paiono girati da un tizio e il resto da qualcun altro trovatosi a passare di lì per caso, è allucinante.

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Per quel che riguarda la prima parte, vale assolutamente tutto quanto detto finora. Anzi. Approccio, tono, ritmo, dialoghi e via dicendo, so’ cose che ti fanno dire sì. Vaffanculo, cazzo. Finalmente un film che almeno ci prova ad andare al di là della solita baracconata infantile per bambini. Guarda là, il Predator che sfonda teste e spacca culi proprio come dovrebbe fare. Infatti, mentre guardavo il film, mi chiedevo perché tanta gente m’avesse detto ch’era ‘na porcata. Poi alla fine, l’ho capito.

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Poco alla volta, le cose iniziano a prendere una piega sempre più sinistra. E d’accordo, vada per i Predator accompagnati da quella specie di cani, che si vedono in Predators del 2010. Essenzialmente, ‘sta cosa dell’animale domestico, tirata veramente fino al ridicolo, neutralizza l’effetto sia dell’umorismo che dell’azione. Ma va bene.

Passi pure l’assurdo risvolto da Piccolo grande mago dei videogames col figlio autistico di McKenna, ok. Però, sai che c’è? C’è che alla fine basta. Sul serio. Shane Black, ha sempre avuto uno stile particolare. Nei suoi film, fra alti e bassi, s’è sempre cimentato nel decostruire i generi. Vedi per esempio Kiss Kiss Bang Bang o The Nice Guys, per dire. Ma questi sono film in cui, almeno si ricordava di arrivare e mantenere il punto della situazione.

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Predator 2018 invece è un film caotico, confuso e disordinato. Sopratutto, assolutamente incoerente. All’ennesimo punto morto, scelta sciocca, gag scema e battuta demenziale via via sempre più triste, s’arriva al limite. Più di ogni altra cosa però, il finale. Non parlo dello scontro in sé, privo di mordente e buttato penosamente in cagnara che ti fa definitivamente cadere le braccia. No, parlo di quegli ultimi maledetti cinque minuti in cui stavo per sputare contro lo schermo.

Cinque minuti che ribaltano completamente il senso dei film precedenti e trasformano, definitivamente, Predator 2018 in uno dei peggio episodi di Doogie Howser. Essenzialmente, questo Predator di Shane Black, è come un fucile calibro .50, tipo. Grosso, cazzuto. Assolutamente letale. Ma caricato a salve.

Parte alla grandissima, lasciandoti credere che, finalmente dopo oltre trent’anni, la saga sia finalmente rinata grazie a un film simile al suo capostipite. Ma poi tutto crolla sotto un’impalcatura di scemenze veramente eccessive. Un continuo crescendo d’aspettative che implode in una lieve, triste, silenziosa scoreggia.

Ebbene, direi che con questo anche per oggi è tutto.

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

 

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Predator 2018
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Retronauta

Il Sotterraneo è la casa del Retronauta, il tuo amichevole ricordatore di quartiere.

2 thoughts to “Predator 2018 – Cacciatori e barzellette”

  1. sarà come dici tu che a hollywood si vuole solo far i soldi cercando di coprire il più ampio pubblico possibile, ma i film degni di nota, negli anni sono sempre più rari

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