Le copertine dei fumetti Il Paninaro, Wild Boys e Cucador, tre riviste a fumetti dedicati ai paninari degli anni '80

Cosa significa paninaro: dal Drive-In ai fumetti

Nel mezzo del cammin di nostra vita, ci ritrovammo per una selva oscura ché la diritta via era smarrita. Ahi quanto a dir qual era è cosa dura esti anni selvaggi e aspri e forti che nel pensier rinnovano la paura! … Sì, lo so lo so. Pare un brutto sclero, di quelli da insolazione feroce che ti fa delirare. Ma, in effetti, non è così (forse). Onestamente, era da un po’ che c’avevo l’intenzione di buttare giù due righe sul fenomeno paninaro. E, devo anche ammettere, che c’erano mille modi diversi per approcciare la cosa. Però, è stato più forte di me: l’associazione a Dante all’entrata dell’inferno, non appena ho pensato “Paninaro”, è stata automatica. Perciò, tant’è.

A ogni modo, in parole economicamente svantaggiate, nel bel mezzo degli anni ’80, esplose una sorta di “sub-cultura” giovanile, i cui appartenenti erano identificati col termine paninaro. Ora, sostanzialmente la domanda è: cosa significa paninaro? O meglio, che vuol dire essere un paninaro? Fondamentalmente, il discorso sarebbe abbastanza complesso, visto che s’apre a raggiera verso ‘na valanga di tematiche diverse. Però, volendo essere brutalmente brevi, il tutto può essere riassunto in tre semplici parole: ‘na roba agghiacciante.

 

In pratica, parliamo di una distorta visione edonistica di sé, interpretata nella sua accezione più negativa e contorta. Sostanzialmente, quando ci si accorse del “potenziale”, iniziò uno sfruttamento massivo del “movimento paninaro”. Portato alla ribalta nazionale dai media – per ovvi motivi commerciali -, ne venne fuori ‘na cosa ai limiti del disturbante. In sostanza, l’unico scopo del paninaro era ostentare benessere e ricchezza. Reale o presunta che fosse, poco fregava. L’importante era apparire. I nuovi valori che si affermarono furono: avere un corpo e un’immagine perfetta. Essere alla moda. Fare carriera.

Inoltre, come se ciò non bastasse, il “paninarismo”, presentava anche ‘na specie di manicheismo intrinseco. Da un lato, quanto suddetto. Ovvero il misurare gli individui in scale monetarie/sociali basate sul costo di abiti e accessori. Dall’altra, quasi d’obbligo del resto, era il classismo matto e disperato. Seguito a ruota dal cieco disprezzo, ai limiti dell’odio, verso chiunque non rientrasse nella propria cerchia sociale. In altre parole, non sei un paninaro? Non spendi milioni per un paio di calzini che farebbero schifo pure ai cessi sporchi? Allora sei un “ciàina” che dev’essere umiliato e preso a cinghiate.

Senza ovviamente contare l’esaltazione fanatica quasi, di tutto ciò fosse “americano”. O che almeno, ne avesse l’aria. Tanto per, presumo che tutti quelli sopra i trenta o giù di lì, ricordino perfettamente il Jovanotti filo-americano tutto party-hard e gimme-five-bro. Comunque sia, come detto, fu poi n’attimo proprio che chi di dovere capì come sfruttare il fanatismo del paninaro tipo. Pertanto, iniziarono a circolare un fottìo di riviste a tema unico, tutte indirizzate al paninaro, gallo very original. A ‘sto punto però, come v’avevo detto su Facebook, non continuerò io la pappardella, ma lascio la parola a Sauro. Uno che c’ha avuto un ruolo “chiave” nel periodo boom del panino. Ah, presumo anche vi sarete accorti che non ho inserito immagini, no? Beh… perché alla fine di ‘ste due righe, c’è ‘na piccola  “sorpresa” finale.

 

Io colpevole di Cucador?… Ma siamo proprio sicuri?

Vi sembra plausibile che la mia sofisticata persona, già distintasi nella progettazione e nel lavoro redazionale dell’agenda Smemoranda (la prima del 1978-1979 che sostituiva un’anonima agenda precedente), possa avere avuto l’idea di proporre una rivista paninara?

Mi hanno incastrato, ecco la verità!

Sorvolando sui sanguinari anni settanta, noti anche come gli anni di piombo (ai quali ho dedicato un articolo), per entrare negli edonistici anni ottanta.

I paninari nascono nella prima metà di questo decennio tra i “sanbabilini”, giovani di simpatie neofasciste che sono, in realtà, interessati alla moda di Fiorucci, alla discoteca e ad altre facezie. Tanto che i neofascisti veri e propri li malmenano a causa del loro disimpegno (per lo stesso motivo, anni prima, l’estrema sinistra maltrattava i punk).

La tendenza paninara diventa presto apolitica, anche se le origini “fasce” continuano ad essere evocate dai giornali che ne parlano perché un pizzico di sale non guasta mai.

A rendere popolare il fenomeno anche tra i babbani contribuisce il comico Enzo Braschi, interpretando il personaggio del paninaro nella trasmissione di Italia 1 intitolata “Drive In”, curata da Antonio Ricci (futuro ideatore di “Striscia la Notizia”).

Il primo fumetto a cavalcare la moda dei paninari è, appunto, Il Paninaro della Edifumetto, la casa editrice di Renzo Barbieri specializzata in tascabili erotici come le vampire Zora e Sukia.

“Il Paninaro”, uscito nel 1986, raggiunge ben presto le 100 mila copie vendute.

Nello stesso anno seguono altre pubblicazioni paninare. La qualitativamente migliore è Wild Boys della Ediperiodici, l’altra casa editrice di tascabili erotici, con gli ottimi fumetti sceneggiati da Massimo Vincenti (firmati Elwood).

A questo punto entra in scena Gianni Bono, agente di fumettisti (tra i quali Marcello Toninelli e Corrado Roi) e proprietario di una agenzia di editing. Bono convince Andrea Corno, all’epoca editore della Garden, a pubblicare una rivistina paninara intitolata “Cucador” (in milanese “cuccatore”).

Facendo anch’io parte dello Staff di If in quel periodo, finii per occuparmi della nuova testata firmandola come direttore, anche se non legalmente responsabile in quanto non ero ancora giornalista.

L’impostazione grafica data ai fumetti di “Cucador” era un po’ topolinesca, più vicina a Enzo Braschi che ai paninari veri e propri. Uno stile forse non particolarmente adatto, dato che il pubblico di questi giornalini non era rappresentato dalle famigliole che guardavano lo spettacolo televisivo, ma dagli adolescenti.

Ora leggetevi pure a sbafo questa storia intera di Cucador scritta da me medesimo e disegnata da Luigi Mausoli.
Credo rappresenti una delle vette inarrivate e inarrivabili nella storia del fumetto.

 

fumetto Cucador, uno dei tanti fumetti paninaro per paninari

fumetto Cucador, uno dei tanti fumetti paninaro per paninari

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Particolare da notare: Silvio che si “prostra” all’inarrivabile potere del paninaro

fumetto Cucador, uno dei tanti fumetti paninaro per paninari

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fumetto Cucador, uno dei tanti fumetti paninaro per paninari

fumetto Cucador, uno dei tanti fumetti paninaro per paninari

 

Ebbene, arrivati a ‘sto punto che altro dire? Niente, ovviamente. Che tanto qua, le immagini si commentano da sole, come si suol dire.

Quindi, detto questo, anche per oggi credo sia tutto.

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

(L’articolo originale è di Sauro, per Giornale Pop)

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Cosa significa paninaro: dal Drive-In ai fumetti
Description
Due righe su cosa significa paninaro.
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Publisher Name
Il Sotterraneo del Retronauta

Retronauta

Il Sotterraneo è la casa del Retronauta, il tuo amichevole ricordatore di quartiere.

2 thoughts to “Cosa significa paninaro: dal Drive-In ai fumetti”

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