Oak Island

Oak Island e il tesoro maledetto del Money Pit

Oak Island e il tesoro maledetto del Money Pit, so perfettamente che come titolo suona, come dire… da speciale in prima serata di Mistero o cose simili. O magari come il titolo di un episodio di Scooby-Doo però… oh, non ci posso fa’ niente: ‘ste cose m’infognano a livelli da panico, proprio. Perciò, via di “Action!” “Thrilling!” “Suspense!” e chi più ne ha più ne metta. No, dai… al di là dello scherzo, ultimamente m’è capitato di rileggere un romanzo che mi piace particolarmente, ovvero “Marea” (Riptide in originale) della coppia d’autori Douglas Preston e Lincoln Child.

Il fatto è che già di mio, vengo tremendamente affascinato – e non so perché – dalle storie ambientate in mare; se poi ci ficchi pure il mistero affascinante, che in questo caso salvo dovute differenze è chiaramente basato sulla storia del Money Pit di Oak Island, allora con me vinci a mani bassissime, proprio. Quindi, visto e considerato che determinati argomenti, intrinsecamente, esercitano un fascino alquanto suggestivo sulla maggior parte di noi, e chiaramente da quello che potete desumere, di certo non è che io sia esule da questo concetto, direi di andare a buttare un occhio alla misteriosa Oak Island e il suo famigerato “Money Pit”.

Oak Island

Dunque, la nostra bella Oak Island, è un’isoletta situata a sud della Nuova Scozia in Canada, che si affaccia sull’Atlantico, e che a dir la verità, è un luogo piuttosto insignificante. Per giunta persino disabitato. Non presenta chissà quali bellezze naturali o qualsivoglia punti d’interesse tali da giustificare una visita. Se non fosse per un piccolo particolare: più o meno duecentoventi anni fa, su di essa venne fatta una scoperta piuttosto “bizzarra”.

In pratica la storia risale sostanzialmente all’estate del 1795, quando un ragazzo all’incirca sulla ventina d’anni – come riportano alcune fonti -, un certo Daniel McGinnis, in un giorno come tanti mentre bighellonava a tempo perso sull’isola disabitata, s’imbatté in un qualcosa di alquanto “curioso” che attirò la sua attenzione: una quercia dall’aspetto “strano” a ridosso di una depressione circolare nel terreno.

Oak Island

Fondamentalmente, ciò che attirò maggiormente l’attenzione del giovane McGinnis, fu proprio l’aspetto dell’albero, in quanto i rami furono tagliati ad hoc e, avvicinandosi, la cosa non è che lasciasse spazio a dubbi più di tanto: l’albero era stato trasformato in una sorta di paranco improvvisato. Ovviamente, metti un po’ il periodo, metti un po’ la fantasia, metti un po’ di zucchero che la pillola va giù et voilà! Il nostro giovane, avendo sentito storie che parlavano di pirati attivi in quelle zone, ci mise poco a fare due più due. Quindi, tutto infognato dalla situazione corse a casa, chiamò un paio di amici, certi John Smith e Anthony Vaughan, si armarono di vanghe e l’indomani cominciarono la loro piccola  operazione di scavo.

Oak Island scavi al money pit

Tutto sommato, l’idea che McGinnis s’era fatto inizialmente, ovvero tutta quella cosa di pirati e tesori, dopo qualche metro di terra smosso, non sembrava più tanto “fantasiosa” e/o campata in aria. Effettivamente, dopo circa mezzo metro, i ragazzi s’imbatterono in un cumulo di pietre disposte a lastrico che ricoprivano la fossa in cui si erano imbattuti. La loro forma faceva sembrava che queste potessero essere una sorta di “coperchio”, di chiusura magari, finale.

Ancor più motivati, i tre si misero a lavorare con lena maggiore. Rimosso il primo strato di pietre e continuando a scavare, s’imbatterono in una cosa ancor più strana. Arrivati a tre metri di profondità le loro vanghe impattarono contro una copertura di assi di legno di quercia disposte a mo’ di “lastra”. Oltrepassato quest’ennesimo ostacolo, lo scavo procedette e con stupore crescente, i nostri scavatori si spinsero fino a nove metri di profondità, in cui ogni tre metri, regolarmente, continuavano a impattare contro queste “coperture” di legno.

Prendendo atto della situazione, McGinnis e i suoi amici si resero conto che l’operazione in cui si erano lanciati, nonostante le premesse per arricchirsi, seppur comunque in larga parte ancora fantasiose ci fossero, era molto al di là delle loro possibilità. Così, decisero di abbandonare il progetto. Per il momento.

Money pit

Da qui, facciamo un salto di otto anni in avanti. I tre amici riescono a tornare su Oak Island e a riprendere gli scavi grazie all’accordo fatto con un ricco uomo d’affari, che per l’occasione, aveva messo in piedi la Onslow Company per riprendere le ricerche. Giunti sul posto, gli scavi ripresero e questa volta, in maniera professionale. In poco si raggiunsero di nuovo i nove metri di profondità a cui erano arrivati otto anni prima i nostri tre amici, e proseguirono fino alla bellezza di trenta metri circa. Ovviamente, durante gli scavi, gli uomini della compagnia continuarono a imbattersi nelle ormai consuete coperture fatte con le assi di legno, regolarmente posizionate ogni tre metri. Ma fu quello che venne dopo ad avere dell’incredibile.

Money Pit stone

Com’è come non è, come riporta la targa qui sopra, arrivati a novanta piedi di profondità (quindi più o meno trenta metri) gli uomini s’imbatterono in questa lastra di pietra recante delle incisioni alquanto “enigmatiche”, tanto per usare un eufemismo. In realtà, una volta esaminata da esperti, la scritta si rivelò essere uno di quei messaggi criptati che per essere decifrato, necessitava di una “chiave” di sostituzione. A essere onesti, ho letto la spiegazione, ma non è che c’abbia capito più di tanto. Quindi, vi riporto direttamente la traduzione: “Forty feet below two milion pounds are buried” (quaranta piedi più giù sono sepolti due milioni di sterline). Vi lascio immaginare che reazione possa aver scatenato una cosa simile.

Ora, è qui che le cose si fanno complicate. Abbiamo detto che gli uomini della compagnia si erano spinti con gli scavi fino a novanta piedi di profondità, ergo, trenta metri, giusto? Va da sé che con i quaranta piedi di cui parlava l’iscrizione sulla pietra ritrovata in quel punto, ovvero dodici metri, facevano un totale di centotrenta piedi. Tirando le somme, per noi gente evoluta che utilizza il sistema metrico decimale, il famigerato “tesoro” avrebbe dovuto trovarsi, in toto dalla superficie alla sua ubicazione, a una cinquantina di metri di profondità. Metro più metro meno.

Gli uomini così ripresero a scavare, continuarono a imbattersi nelle consuete coperture di assi, in fibre di cocco – cosa strana visto che in Canada la palma di cocco non cresce – e strati di carbone disposti con cura. Infine, dopo pochi metri, s’imbatterono in uno strato di stucco. Da quel che emerse tramite sondaggi fatti con le trivelle, lo strato di stucco era la copertura della parte superiore di quella che a tutti gli effetti, era una sorta di “camera”. Comunque sia, gli scavi s’interruppero per essere ripresi il giorno successivo. E questo, fu l’inizio della fine.

money pit diagramma

Ora, per farla molto breve, come potete notare dalla ricostruzione qui sopra, chiunque abbia costruito il pozzo, e qualunque cosa c’abbia nascosto dentro, sicuramente voleva che non venisse disseppellita facilmente. Con questo torniamo agli uomini della Onslow Company. Quando tornarono il giorno successivo per riprendere gli scavi, si trovarono inculati alla grandissima… di fronte a una brutta gatta da pelare: difatti il pozzo si era allagato. Di ben dieci metri per giunta.

Furono utilizzate le pompe per cercare di dragare il pozzo e svuotarlo, ma, nonostante gli sforzi, l’acqua non scendeva di un centimetro. Questo perché? Perché chiunque costruì il pozzo aveva ideato una trappola alquanto ingegnosa: ovvero, quando gli uomini della Onslow rimossero la lastra di pietra incisa e il successivo strato di assi, avevano causato l’apertura di un condotto d’allagamento che, successivamente, si scoprì sfociare direttamente nell’Atlantico. Ergo, le possibilità di drenare il pozzo erano pari a zero.

Operazioni di scavo su Oak Island

A questo punto, la Onslow si era trovata a gambe all’aria, quindi subentrò una nuova compagnia, la Truro Company. La Truro tentò di aggirare il tranello ordito dai misteriosi costruttori del Money Pit, facendo uno scavo parallelo al pozzo originale, ma, la cosa non cambiò: arrivati alla stessa profondità, si trovarono col tunnel allagato di acqua marina. Per non tirarla troppo per le lunghe, dal quel giorno del 1795 in cui Daniel McGinnis scoprì il pozzo, agli scavi della Truro, siamo arrivati al 1850 e nessun risultato era stato raggiunto. Tranne uno: che la trappola del pozzo su Oak Island, chiunque l’avesse costruita, s’era dato veramente un gran daffare, siccome il tutto si rivelò essere decisamente un’opera tutt’altro che indifferente.

In questo senso, furono gli uomini della Truro a scoprire che il canale d’allagamento sfociava direttamente nell’Atlantico e non solo. Si scoprì che i progettisti del pozzo, crearono un complesso sistema di drenaggio che partiva dalla spiaggia e correva per tutta l’isola, aprendosi a raggiera in vari condotti, che confluivano poi nel tunnel d’allagamento del pozzo. O meglio, nei tunnel, siccome le brutte sorprese non finiscono mai. Infatti, tramite scavi paralleli per cercare di raggiungere il fondo emerse anche che i tunnel-trappola erano due. Quindi, a meno che non si fosse trovato il modo di tappare ogni condotto, l’acqua dell’oceano si sarebbe riversata sempre e comunque all’interno del Money Pit

Alla fine della fiera, dal 1795 i tentativi di far luce sul mistero di Oak Island continuano ancora oggi. Nel corso di questi duecento e passa anni si sono avvicendati persone e società, ma tutti, chi più chi meno, hanno fatto solo buchi nell’acqua (Ah! Ah! Ah!). Ovviamente, il mio non è un resoconto dettagliato ma solo una sorta di informazione a grandi linee, tanto per parlare di un argomento che m’infogna malamente. Se volete, l’internet se ne cade di siti che trattano l’argomento in maniera estremamente dettagliata, riportanti date, nomi e scoperte effettuate, alcune delle quali anche abbastanza significative che però non fanno altro che infittire ancora di più il mistero.

gilbert hedden stone

Come ad esempio, nel 1936 mi pare, l’ennesima società avvicendatasi per portare avanti gli scavi, rinvenne un’altra di quelle pietre incise, come potete vedere dalla foto più su; ma siccome era solo una parte, questa non è mai stata decifrata. Comunque sia, io sono scettico per natura, e come San Tommaso “se non vedo non credo”. Nel corso del tempo infatti, merito anche di molti scrittori che hanno utilizzato il money pit di Oak Island come escamotage narrativo (come dicevo all’incipit di ‘sta pappardella, “Marea” di Preston & Child che vi consiglio) le Illazioni riguardo al misterioso tesoro si buttano a pacchi: c’è chi dice che sia sepolto il famigerato tesoro dei Templari, chi il Santo Graal; persino chi azzarda l’ipotesi che sepolta lì ci sia addirittura l’Arca dell’Alleanza.

Per me, volendo usare un termine puramente tecnico, so’ tutte cazzate. Intanto però, resta il fatto che il pozzo c’e e sta là. E chiunque l’abbia costruito, certo è che si sia dato comunque un gran daffare, con un notevole dispendio di costi e sopratutto facendo sforzi tutt’altro che da ridere per mettere in piedi la trappola d’allagamento. Quindi, qualunque cosa c’abbiano sepolto, per chi ha realizzato il tutto doveva sicuramente essere qualcosa di grande valore.

Ora non è che vogliamo credere alle fatine, asini che volano e robe simili, però, ripeto: Oak Island sta là e pure quel cacchio di pozzo; e chiunque l’abbia fatto, per semplice logica, non penso si sia lanciato in una simile impresa tanto per occupare il tempo e/o per fare un scherzo. Quindi, se tanto mi dà tanto…

Detto questo, credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

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Oak Island e il tesoro maledetto del Money Pit
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Un articolo sul mistero di Oak Island e del presunto tesoro sepolto.
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Il Sotterraneo del Retronauta
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