Poster del film It Capitolo due

It Capitolo due: torna nella fogna Pennywise

In tutta onestà, c’ho perso tipo un quarto d’ora a tirar giù tutta ‘na bella pappardella, curata e sistemata. Sfizioso preambolo per attaccare la pippa su questo It Capitolo due. Però, sai che c’è? C’è che alla fine, facciamola semplice e andiamo dritti al punto: It Capitolo due non funziona. Ecco, messa nel modo più chiaro e diretto possibile, questo film semplicemente non funziona.

Al di là di tutto, il malvagio Pennywise è, essenzialmente, una metafora. La versione in chiave fantastica delle paure, angosce e ansie infantili che, prima o poi, crescendo impariamo ad affrontare. Chiaro che il tentativo di portare sul piano fisico una resa dei conti con un essere simbolico, difficilmente avrebbe potuto funzionare. In altre parole,

It Capitolo due è il classico tentativo di quadrare il cerchio

Due anni fa, quando uscì la prima parte di ‘sto dittico, nelle due righe a proposito (It (2017) – Vesti la Giubba Pennywise) si dicevano, principalmente, due cose: la prima, che a quasi trent’anni di distanza pure ‘sto nuovo tentativo di adattare l’omonimo romanzo di Stephen King era, a conti fatti, un buco nell’acqua.

La seconda, proprio per questo non riuscivo – e onestamente ancora adesso non riesco – a capacitarmi di come abbia potuto fare un incasso di settecento milioni di dollari. O meglio, non mi capacito del fatto ma comunque, posso immaginare il perché. Con tutta probabilità, la scelta vincente è stata quella di postdatare gli avvenimenti.

Nel romanzo di King, la storia si svolge negli anni ’50 (tra il 1957 e il 1958 a essere precisi). Mentre nel film invece, tutto è ambientato negli anni ’80. Questa, come dire… piccola paraculata, ha permesso alla prima parte di It di sfruttare a pieno la mania del momento, riguardo gli anni ’80 e tutti i suoi annessi e connessi.

Attaccarsi alla scia di Ready Player One e Stranger Things (guarda caso, Richie Tozier è interpretato proprio da Finn Wolfhard, il Mike Wheeler di Stranger Things) ha fatto sì che It funzionasse nell’ottica dell’omaggio amarcord a film come Stand By Me, I Goonies e compagnia bella.

Be’, ha funzionato? Eh, hai voglia. Certo, comunque quei settecento milioni non sono per nulla giustificati, ma tant’è. Tuttavia, per quanto la scelta di optare per gli 80’s-so-trendy sia risultata vincente sul momento, era più che ovvio fosse una pistola alla tempia sul lungo andare.

Innanzitutto, il primo e più chiaro problema di aver sfalsato la cronologia degli eventi, per poi rinarrarli nello stesso identico ordine, è che i personaggi in It Capitolo due vengono a trovarsi in un mondo vuoto. Vuoto e veramente poco credibile. In cui sembra non esistano forze dell’ordine o mezzi di informazione.

Dove una città – per la maggior parte del tempo completamente deserta – in cui si verifica un gran numero di omicidi e bambini scomparsi, pare non attiri in alcun modo l’attenzione. Eh, magari poteva essere così nel 1959. Certo non nel 2019. Dove entro ventiquattr’ore la scomparsa, anche di un solo bambino, diventa notizia di carattere internazionale.

Comunque, pur volendo sorvolare su ‘sta cosa, il grave è che Muschietti s’è andato, volutamente, a schiantare nello stesso identico muro contro cui si schiantò Tommy Lee Wallace con la miniserie negli anni ’90. In altre parole, proviamo con un po’ di maieutica spicciola, ok?

Allora, il romanzo originale inizia così: Capitolo 1Dopo l’alluvione (1957). Allo stesso modo iniziava la miniserie televisiva e così, pure la prima parte del nuovo adattamento di Andrés Muschietti. Tutti cominciano allo stesso modo, col giovane Bill Denbrough a letto, in un giorno di pioggia, che aiuta il fratellino Georgie a costruire la famosa barchetta di carta.

Ora, fin qui tutto bene. Il punto però, sta nel prosieguo del romanzo; i cui successivi capitoli sono: Capitolo 2 – Dopo il festival (1984) e Capitolo 3 – Sei telefonate (1985).

A ‘sto punto, dovrebbe essere piuttosto evidente quale sia il problema, no? Ovvero, che il romanzo inizia e introduce la Banda dei Perdenti già adulti. Questo, molto semplicemente, mette lettore e personaggi sullo stesso piano.

Vero che It, può essere considerato come l’unione di due romanzi ben distinti. Tuttavia, le due parti sono strettamente connesse e intrecciate fra loro. Tramite flashback e continui salti temporali, aumenta la suspense. Aumenta la curiosità. Portando il lettore alla scoperta, poco alla volta e insieme agli stessi personaggi, di cosa diavolo stia succedendo.

Sia chiaro, questo non è assolutamente un paragone diretto romanzo/film. Sarebbe assurdo anche solo pensare di farlo; e questa è una cosa che vale sempre, in generale. Un adattamento va considerato nel modo e nella misura in cui riesce a tenere, coi propri mezzi e il proprio linguaggio, la storia che sta portando.

In questo caso, scegliere di dividere (di nuovo) queste due parti in modo così netto, porta It Capitolo due, a essere nient’altro che la riproposizione in scala 1:1 del film precedente. Solo che stavolta non c’è suspense, non c’è tensione. Tanto meno scoperta e sorpresa.

D’altronde, perché mai dovrebbero esserci? Mi è già stato spiegato tutto nella prima parte. L’unica differenza, sta nel fatto che in It Capitolo due i protagonisti, adesso sono un gruppo di tizi di mezz’età. Cosa che, del resto, toglie gran parte del fascino all’impianto fantastico kids-vs.-monster.

Sicuramente, ‘sto film c’ha i suoi momenti. Ma è altalenante (molto) e, soprattutto, noioso (troppo). All’inizio, nonostante la quasi totale assenza di spessore della storia, riesce ancora a tenere banco. Ciononostante, tre ore sono veramente, ma veramente troppe.

La scelta di affrontare la storia dividendo le due parti è, essenzialmente, l’equivalente di stringersi da soli il cappio intorno al collo. Ché una volta venuti a mancare i tramiti che collegavano i Perdenti adulti e adolescenti come nel romanzo, tutto è venuto giù più facile di un castello di carte.

Conti alla mano, l’unica opzione con cui s’è trovato Muschietti, era di mandare i personaggi, ciascuno in ‘sta specie di missione spirituale. Cosa che, del resto, non solo è un’inutile sovrapposizione di quanto visto già nella prima parte. Quanto semmai, come trovata è stata pure stranamente sopravvalutata.

Si sarebbe potuto tranquillamente stringere il brodo. Il che, avrebbe di certo alleggerito e reso più scorrevole il film. Invece, a quanto pare era meglio lasciare che ogni singola storia, si svolga una alla volta. Lentamente. Una dopo l’altra, dopo l’altra, dopo l’altra a un ritmo, non voglio dire angosciante, ma quasi.

Ma soprattutto, come se non bastasse, a questo si vanno ad aggiungere tre ore di continui, abusatissimi jumpscare. Tutti uguali e tutti tristemente telefonati che a un certo punto, non è che stancano, no. Diventano proprio irritanti. Santo. Cielo. Come si può, anche solo credere per un attimo, che la stessa cosa mandata in loop per tre ore funzioni?

Nondimeno, a essere proprio proprio onesti, c’è una cosa, in specifico, che m’ha profondamente irritato di questo It Capitolo due: cioè, il “Metodo Zack Snyder”. In altre parole, l’assurda convinzione che prendere parti di un media, così come sono, e ficcarcele a forza in un altro totalmente diverso, in un modo o nell’altro funzioni.

In questo senso, ci sono vari esempi da poter fare ma, preferisco limitarmi giusto a uno: la scena d’apertura di It Capitolo due. Che, in effetti, corrisponde al Capitolo 2 – Dopo il festival (1984) del romanzo. In pratica, si tratta dell’aggressione ai danni di una coppia omosessuale, col conseguente omicidio di uno dei due (Adrian Mellon), durante la fiera cittadina a Derry.

In realtà, questa parte si basa su un fatto di cronaca vera: l’omicidio di Charlie Howard. Un ragazzo di poco più di vent’anni, che nel 1984 venne aggredito insieme al suo fidanzato da tre balordi. Howard, tra l’altro, era asmatico ed ebbe una crisi respiratoria durante il pestaggio. Nonostante questo, lo presero e lo buttarono giù dal ponte, dritto nel fiume in cui poi è annegato.

Ora, il fatto che King fu talmente colpito dall’avvenimento tanto da utilizzarlo nel romanzo, non significa, necessariamente, che abbia un posto (o un senso) in un media molto diverso. Specialmente in uno, in cui spesso bisogna fare i conti con cosa tenere e cosa scartare. O magari, anche solo sperare che funzioni allo stesso modo in una forma gravemente troncata.

Cerchiamo di capirci: nel romanzo, l’omicidio di Mellon include una descrizione estesa delle vittime e degli aggressori. Le loro motivazioni e dell’indagine di polizia che segue, oltre una breve lettura dell’ambiente gay della città. Ogni singolo dettaglio è parte essenziale della storia, che trova sempre un senso e più e più volte viene ripreso.

Naturalmente, so bene che una cosa simile non avrebbe mai potuto trovare spazio nel film. Eppure, in It Capitolo due, l’omicidio di Mellon viene mostrato lo stesso. Perché? Perché mettere questa sequenza nel film? Non ha più alcuna rilevanza. Non ha peso nell’economia della situazione e non viene mai più menzionato.

Andy Muschietti e lo sceneggiatore Gary Dauberman, hanno scelto semplicemente di buttarti in faccia ‘sta cosa senza alcun contesto. Senza una qualsivoglia chiara base tematica. Fondamentalmente, ovvio che non siano minimamente riusciti a fare i conti con ciò che hanno messo sullo schermo e il risultato, sia una grottesca baracconata. In altre parole, la scena è brutta ma non per la ragione che il film pensa.

Alla fin fine, ecco cos’è questo nuovo adattamento di It: un’accozzaglia di baracconate legate insieme, nella speranza che il loro significato originale emerga anche in questa forma.

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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It Capitolo due
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