Il nome della rosa recensione romanzo di Umberto Eco

Il nome della rosa di Umberto Eco

Il nome della rosa, è un romanzo piuttosto complesso. Non ha certo il ritmo serrato di un Robert Ludlum o un James Rollins qualsiasi. Anzi. L’avanzamento della trama non è certo il massimo della prestezza, effettivamente. Con pagine intere dedicate quasi esclusivamente alla descrizione dello sfondo. Tuttavia, queste peculiarità, che nella maggioranza dei casi sarebbero difetti in fin dei conti, rendono invece Il nome della rosa di Umberto Eco, uno dei romanzi migliori di sempre.

Questo perché, col suo incedere calmo (non lento) Il nome della rosa prende il Giallo deduttivo e il romanzo storico, portandoli oltre. La trama messa in piedi da Eco, si colloca in un periodo storico preciso, fondendosi in maniera talmente precisa e pulita al contesto, che a un certo punto le cuciture scompaiono. O meglio, neanche a un certo punto; ma da subito risulta estremamente difficile distinguere la realtà dalla messinscena.

Al di là di questo, la caratteristica forse più sorprendente de Il nome della rosa è la sua, come dire… accessibilità. Capiamoci n’attimo: ‘sto romanzo, la prima volta l’ho letto che avevo sì e no quattordici anni. Voglio dire, sappiamo tutti qual è la soglia d’attenzione di un quattordicenne, no? Ciò che intendo dire, è che se Il nome della rosa avesse avuto un’altra struttura, fosse apparso pesante come l’impressione che dà all’esterno, in un attimo sarebbe finito a fa’ da piede per il tavolino, insomma. E invece no.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Il perché alla fine ‘sto romanzo non sia ammorbante com’è lecito pensare, lo vediamo più giù. Nel frattempo, è interessante notare come Umberto Eco, sin dall’inizio, parte con tutta ‘na serie di joke, sfruttando il concetto di pseudobiblia. Nell’introduzione infatti, ci spiega che Il nome della rosa in realtà non l’ha scritto lui. Ma che s’è semplicemente limitato a tradurlo.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

In pratica, spiega che Il nome della rosa è il titolo che ha dato a un libro passatogli nel 1968, di un certo Abate Vallet. Il quale, a sua volta era Le Manuscrit de Dom Adson de Melk. Traduzione francese fatta da ‘sto Vallet, che a sua volta ancora, era la riproduzione di J. Mabillon risalente al 1842, di un antico testo in latino. Scritto in origine da un anziano monaco del XIV° secolo, Adso da Melk. Il presunto “testo originale” di Adso, sarebbe poi la storia stessa.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco Adso da Melk

Quindi, arrivato alla fine dei suoi giorni, il frate benedettino Adso da Melk decide di mettere su carta le sue memorie. In particolare, la sua premura è quella di raccontare una serie di incredibili, quanto spiacevoli avvenimenti, che lo videro coinvolto in prima persona decenni addietro. Al tempo in cui era un giovane novizio, a cui da poco avevano concesso i voti.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Era l’inverno del 1327. Il giovane Adso, era stato affidato al seguito e alle cure di Guglielmo da Baskerville. Ex inquisitore, nonché saggio e dotto frate francescano, di cui era diventato discepolo. Affinché, vista la sua giovane età, non oziasse durante la sua permanenza in Italia. In quel periodo, i due erano diretti verso un’abbazia benedettina, di ordine cluniacense, sperduta fra i monti dell’Italia settentrionale, siccome a Guglielmo era stato affidato un importante incarico.

Ecco, ‘na cosa che m’avrebbe fatto piacere sapere prima di leggerlo, è che lo sfondo de Il nome della rosa si basa sullo scisma causato dalla dottrina della povertà evangelica. Nel XIV° secolo cominciò a farsi largo la teoria, derivata da Luca 10 ver. 3-4 (Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada) che i cristiani avrebbero dovuto vivere in povertà, senza detenere alcun tipo di proprietà personale.

Naturalmente, l’idea del voto di povertà, fece molta presa sulle masse povere per ovvie ragioni. Vista poi la crescita del movimento, Papa Giovanni XXII° tentò in ogni modo di estirparlo, dato che minacciava la ricchezza e il controllo diffuso del clero. Infatti, nel 1323 condannò come eretico il movimento. Tuttavia, non riuscì a impedire che i francescani continuassero a vivere secondo la dottrina della povertà evangelica.

Allorché, nel 1327 Papa Giovanni convocò il portavoce dell’ordine francescano Michele da Cesena ad Avignone. Il quale era sostenuto, come del resto l’intera dottrina, dall’imperatore Ludovico. Quindi, il monastero verso cui erano diretti Guglielmo e Adso, era stato designato come luogo neutrale. In cui si sarebbe svolto un delicato incontro fra i sostenitori delle tesi pauperistiche appoggiate dall’imperatore Ludovico, e i delegati della curia papale. Inoltre, Guglielmo era stato incaricato come rappresentante e sostenitore sia dell’imperatore che dell’ordine francescano.

Insomma, mi pare chiaro che già solo ‘sta cosa, renda più comprensibile quello che dicevo poco più su, no? Ovvero che Il nome della rosa non si limita a ripetere fatti storici. Semmai, ci si integra in maniera da far risultare difficile poi, separare la storia dalla finzione.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco Guglielmo

A ogni modo, Guglielmo da Baskerville è un personaggio fantastico. Basato principalmente su Sherlock Holmes e Guglielmo di Ockham, ho sempre trovato infognante al massimo la sua introduzione. Ovvero come Adso, sin da subito, ci tiene a mettere in mostra le incredibili doti deduttive e l’acume del suo mentore. Descrivendo come, giunti ai piedi del monastero, Guglielmo dà prova delle sue capacità aiutando alcuni monaci e famigli a ritrovare Brunello. Un cavallo scappato dalle stalle.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco Abbone

Difatti Guglielmo, tramite le impronte e altri dettagli sparsi per la strada, non solo indica la direzione in cui il cavallo si è diretto. Ma riesce persino a descriverlo (con tanto di nome) nonostante non l’abbia mai neanche visto. Comunque sia, giunti alla meta, i due fanno la conoscenza di Abbone, l’abate del monastero. Il quale, conoscendone la fama, chiede l’aiuto di Guglielmo.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Si scopre così che l’abate, già nervosissimo per via del convegno che si sarebbe svolto da lì a qualche giorno, ha molto altro di cui preoccuparsi. Pochi giorni prima del loro arrivo spiega, Adelmo giovane miniatore del monastero, era stato trovato morto in circostanze misteriose. Tali, da far circolare fra i monaci, alcune voci sulla presenza del demonio nell’abbazia.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco Ubertino da Casale

Abbone, spera nell’aiuto di Guglielmo, pregandolo di venire a capo del mistero prima dell’arrivo della giunta papale. Terrorizzato che la colpa di quanto avvenuto, possa ricadere sulla sua persona. Oltre al fatto che, un simile episodio farebbe sospettare l’abbazia, rendendo de facto inutile l’incontro fra le delegazioni. In altre parole, il futuro dell’ordine francescano, dipende dalla capacità di Guglielmo di venire a capo della situazione.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Di conseguenza, nei giorni successivi a Guglielmo e Adso viene concesso di girare liberamente, quasi per tutto il monastero. Dico quasi, poiché la biblioteca, ritenuta la più grande e completa di tutte nonché vanto dell’abbazia, è inaccessibile. A chiunque. Tranne che a due persone: il bibliotecario e il suo assistente. I quali sono gli unici a conoscere il segreto per orientarsi al suo interno, dato che l’intera struttura non è altro che un gigantesco labirinto.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Tuttavia, nonostante gli sforzi di Guglielmo, le morti continuano. Dopo Adelmo, trovato morto sfracellato sul dirupo ai piedi della biblioteca (da cui era impossibile si fosse lanciato) vengono ritrovati altri cadaveri. Del resto, morti in circostanze a dir poco impossibili, che non fanno altro che alimentare le strane credenze riguardanti la venuta dell’anticristo.

Inoltre, come se non bastasse, scopre anche che nel monastero ci sono due ex appartenenti alla setta eretica dei Dolciniani. Ora n’attimo però, che c’è bisogno di un’altra parentesi. I Dolciniani, erano i seguaci di un movimento che prende il nome dal suo fondatore, Fra Dolcino di Novara.

L’ideale della setta, s’ispirava a quello Francescano, ma influenzato in parte anche dal Gioachimismo. Senza farla troppo lunga, il movimento venne considerato eretico. Dopo una serie di omicidi e saccheggi in alcuni villaggi, Dolcino, la sua compagna e molti dei suoi seguaci, vennero catturati e bruciati sul rogo nel 1307 circa.

Ecco, nell’abbazia i due ex dolciniani sono il cellario Remigio. Che intrattiene commerci illeciti con una povera contadina del luogo, che riceve cibo in cambio di favori sessuali. Mentre l’altro è Salvatore, individuo misterioso e deforme, che parla una strana lingua mista di latino e vari volgari.

Il nome della rosa romanzo Bernardo Gui di Umberto Eco

In più, in una situazione già di per sé estremamente tesa, il tutto si complica con l’arrivo di Bernardo Gui (altro personaggio storico, famoso per essere l’autore del Manuale dell’inquisitore e, tra l’altro, per aver mandato lui al rogo Fra Dolcino). Inquisitore noto per la sua ferocia e per il pugno di ferro che applica durante i processi agli eretici. In questo surreale quanto inquietante clima, le indagini di Guglielmo lo porteranno sempre più a investigare in direzione dell’inaccessibile biblioteca-fortezza, e della misteriosa stanza chiamata Finis Africae.

Bene, direi che a ‘sto punto, sia arrivato il momento di passare a “La Domanda”: com’è Il nome della rosa?

Allora, all’incipit di tutta ‘sta pappardella ho usato due aggettivi per descrivere Il nome della rosa: cioè complesso e accessibile. So bene che messa così, è ‘na cosa paradossale. Quindi, cerchiamo di capirci e andare con ordine.

Personalmente, Il nome della rosa l’avrò letto ‘na mezza dozzina di volte. Seguire Guglielmo districarsi fra omicidi e misteri, è assolutamente magnifico. Vederlo avvicinarsi passo dopo passo alla soluzione del puzzle è, come dire… gratificante al massimo, insomma. Tuttavia, c’è un ma.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Umberto Eco, fra le tante, in primis era un semiologo. Che ha dedicato la vita a studiare, interpretare e capire come i simboli del mondo ci parlano. In Guglielmo, è facile notare come ci sia molto di Eco, alla fine: un personaggio acuto,  che eccelle nel lavoro di detective, grazie alle sue abilità nell’interpretare i simboli.

Simboli che del resto, sa perfettamente non essere limitati. Al contrario, infiniti nella loro espressione, parlano quindi in modo diverso a persone diverse. Ed è proprio questo il punto de Il nome della rosa: l’interpretazione. Per essere più precisi, Eco voleva che ogni lettore interpretasse il romanzo in maniera personale.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Il romanzo venne pubblicato nel 1980, ok? Fu un enorme successo, vinse premi su premi e via dicendo, d’accordo. Solo che l’esametro con cui Adso termina il racconto, e che dà il nome al romanzo, “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, quasi nessuno l’aveva capito. Tanto da portare Umberto Eco tre anni più tardi, a pubblicare le Postille a Il nome della rosa.

Nelle postille, Eco spiega… no. In realtà non spiega ‘na beata mazza di niente. Anzi. Ci gira bellamente attorno, sottolineando invece, cosa significhi per lui un romanzo.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

“Un narratore non deve fornire interpretazioni della propria opera, altrimenti non avrebbe scritto un romanzo, che è una macchina per generare interpretazioni. Ma uno dei principali ostacoli alla realizzazione di questo virtuoso proposito è proprio il fatto che un romanzo deve avere un titolo.”

In altre parole, l’esametro da cui il titolo stesso, è un rimando al concetto dell’ Ubi sunt. Ovvero, molto brevemente, una meditazione sull’impermanenza della vita e della transitorietà delle cose. Essenzialmente, questa è una citazione se così vogliamo dire, che Eco fa del De contempu mundi di Bernardo Moliacense.

“Salvo che Bernardo aggiunge al topos corrente che di tutte queste cose scomparse ci rimangono puri nomi. Ricordo che Abelardo usava l’esempio dell’enunciato nulla rosa est per mostrare come il linguaggio potesse parlare sia delle cose scomparse che di quelle inesistenti. Dopodiché, lascio che il lettore tragga le sue conseguenze.”

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Praticamente, il succo del suo pensiero è “L’autore dovrebbe morire una volta che ha finito di scrivere”. “Per non disturbare il percorso del testo.” Il nome della rosa in questo senso, è di una complessità allarmante. Anche senza prendere in considerazione l’accuratissima ricostruzione storica. Al lettore, viene data la libertà (e la responsabilità) di “occuparsi” di una fitta lista di fatti e personaggi, che non smette mai di espandersi. A partire dal solo titolo che non fornisce “indizi fuorvianti e imposti” sul contenuto del testo.

Del resto, come potrebbe essere altrimenti? Cioè, Il nome della rosa è costruito attraverso una fitta rete di citazioni tratte da numerose altre opere letterarie. Dunque, in un certo senso, è un libro fatto di altri libri con riferimenti linguistici e semiologici costanti. Dove dietro ogni dialogo, ogni discussione, c’è una fitta impalcatura di semiotica e filosofia. Per ogni battuta o riferimento che ho colto, ne avrò lisciate cento, come minimo.

Tanto per dire, già il solo espediente dell’incassamento di quarto livello è geniale. Con una prospettiva quadrangolare di una narrazione della e nella narrazione. Essenzialmente, è quello che ho detto all’inizio, no? Eco dice di raccontare ciò che ha trovato nel testo di Vallet, che a sua volta diceva che Mabillon ha detto che Adso disse, e così via.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Naturalmente, quanto detto finora è un discorso ad ampio respiro. Ché a voler parlare nello specifico, di ogni dettaglio de Il nome della rosa, faccio notte. Perciò, facciamo che arriviamo all’altro punto della questione: l’accessibilità di cui parlavo prima.

A parte il primo centinaio di pagine, rallentate volutamente da Eco per una questione d’immedesimazione, Il nome della rosa sa come ricompensare poi il lettore. Con delle sequenze investigative fantastiche e non solo. Guglielmo è un grande personaggio. Di cui non ti stanchi mai. Sia di guardarlo risolvere misteri che di lanciarsi in arguti dibattiti. E senza mai tralasciare un certo senso dell’umorismo.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Un esempio, così, tanto per dire, è quando Adso rimane incantato nel reliquiario dell’abbazia, imbambolato da tutti i tesori dei santi. Lì Guglielmo lo riprende, uscendosene con “E tu non t’incantare troppo su queste teche. Di frammenti della croce ne ho visti molti altri, in altre chiese. Se tutti fossero autentici, Nostro Signore non sarebbe stato suppliziato su due assi incrociate, ma su di una intera foresta”.

Ciò che voglio dire, è che molti autori provano a dare un contesto credibile alle proprie storie. Approfondendo fatti e luoghi, circostanze e personaggi. Tuttavia, sono pochissimi quelli che riescono a non ammorbare. Anzi. L’aspetto forse più sorprendente, per un romanzo tanto articolato come Il nome della rosa, è che si presenta con molteplici chiavi di lettura. Riscontrabili a seconda del grado di preparazione culturale del lettore.

Di conseguenza, la storia sarà goduta appieno da chiunque si approcci alla lettura. Dal quattordicenne, appunto, ignorante come ‘na cozza morta, al professorone. Essenzialmente, chi sa, coglie l’easter egg. Chi non sa, fa lo stesso e si gode il libro comunque. Che a una lettura superficiale, si presenta come un intrigante giallo deduttivo.

Il nome della rosa romanzo di Umberto Eco

Ora, Umberto Eco ha lavorato minuziosamente su ogni singolo aspetto de Il nome della Rosa: a partire dal titolo, fino all’ambientazione. Passando per la storicità, fino al significato stesso di ciò che è l’intrattenimento. Tuttavia, credo che il suo merito più grande sia uno in particolare. Ovvero, quello di aver considerato il lettore come parte attiva.

Bene, direi che con questo anche per oggi è tutto.

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

 

Il nome della rosa

Titolo originale: Il nome della rosa

Autore: Umberto Eco

Lingua originale: Lingua italiana

Editori: Bompiani, Harcourt

Prima pubblicazione: 1980

 

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Il nome della rosa
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Retronauta

Il Sotterraneo è la casa del Retronauta, il tuo amichevole ricordatore di quartiere.

2 thoughts to “Il nome della rosa di Umberto Eco”

  1. ottima recensione complimenti. anch’io lo lessi in giovane età, devo trovare il tempo per rileggerlo, sicuramente ora lo vedrei in una chiave diversa

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