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L’Evoluzione dello splatter nei videogames degli anni ottanta

Splatter diciamo che, non è proprio proprio sinonimo di videogames, eh. Cioè, insomma non è la prima cosa che ti viene in mente quando pensi ai videogiochi, per intenderci. Però, man mano che la tecnologia avanzava, di pari passo la “componente visiva” iniziava a ricoprire un ruolo sempre più importante. Tanto per capirci, gli anni ’80 sono stati un decennio “boom” per il settore videoludico: dal 1980 in cui uscì “Pacman” al 1990 di “Super Mario World”, da quelle macchinette arcade dalla grafica alimentata a immaginazione, piuttosto che da vera e propria tecnologia, ai “potenti” sistemi d’intrattenimento a 16-bit, ce n’è stata di acqua che è passata sotto i ponti.

Pertanto, va da sé che s’è arrivati a un certo punto, in cui la rappresentazione sempre più dettagliata dei giochi, ha portato a una rappresentazione sempre più dettagliata del gore, dello splatter e dello spargimento di sangue in genere. Certo, tutto ciò via via ha trovato sì aspre proteste e muri di costernazione, da chi “per-l’amor-del-cielo-qualcuno-pensi-ai-bambini” ne fa una questione come se ne andasse della sua stessa vita. Ma nel contempo, c’è stata anche un’accettazione poi abbastanza generalizzata. Quindi, in virtù di tutto questo, facciamo che prendiamo e andiamo a buttare l’occhio a come s’è evoluto lo splatter nei videogames.

 

  • DEATH RACE (1976)

Videogiochi splatter

In sostanza, il primo gioco elettronico a meritarsi l’appellativo di “controverso”, molto probabilmente è questo “Death Race”, uscito nell’ormai lontanissimo ’76 e liberamente ispirato a quel “Death Race 2000” di Roger Corman. Certo, a guardarlo oggi, quest’ammasso di blocchi poligonali in bianco e nero fa quasi tenerezza, ok. Ma è il concetto che sta alla base il fulcro del discorso: il giocatore è un automobilista e il suo scopo è quello di spiaccicare i pedoni inermi. Nonostante la grezza e rozza realizzazione, per gli standard sociali dell’epoca l’idea in sé venne ritenuta scandalosa. E per la serie “same old story”, c’è da dire che le stesse critiche se le tirò appresso vent’anni dopo pure quel “Carmageddon”, uscito su pc prima e Playstation poi.

  • NON APRITE QUELLA PORTA (1983)

Videogames splatter

Qualche anno dopo, sul finire dei ’70, inizio anni ’80, il “2600” dell’ Atari viveva il suo periodo aureo. La sua prima variante, quella con quegli schifo d’inserti in pseudo legno che tanto andavano di moda, vendeva a nastro come se non ci fosse un domani. Perciò, chiunque avesse anche la più miserabile, rozza e zozza nozione di programmazione, si fiondava a mani bassissime nella produzione di giochi per il sistema Atari.

Fu in questo periodo che apparve uno dei primissimi tie-in su licenza della storia, ovvero The Texas Chain Saw Massacre”. Il gioco, va da sé che anche stavolta era ‘na mezza fetecchia, ma, anche qui il centro di tutto che fa già capire come l’andazzo generale stesse cambiando, era proprio l’obiettivo del gioco. Obiettivo che consisteva nel vestire i panni di Leatherface e massacrare i png. Ah! Fatto – più o meno – degno di nota, è che il gioco venne realizzato e distribuito dalla “Wizard Video” tirata su dal grande Charles Band. Lo stesso che qualche anno più tardi fonderà la “Full Moon Productions”.

  • HALLOWEEN (1983)

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Sempre lo stesso anno, sempre la stessa Wizard di Band e sempre per lo stesso Atari 2600, venne rilasciato un altro tie-in, ovvero “Halloween”, basato sull’omonimo film di Carpenter. Realisticamente, lo menziono tanto per; più per “dovere di cronaca” che altro, siccome è fondamentalmente la copia carbone di “Texas Chain Saw Massacre”. Forse dalla sua, c’ha il fatto di essere stato programmato almeno coi piedi e non col culo, perciò un tantino meglio del gioco precedente; ma in sostanza questo è quanto.

  • GO TO HELL/SOFT & CUDDLY (1985/1987)

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Nel 1985, un programmatore indipendente sviluppò questo surrealissimo gioco, una specie d’incubo dai colori al neon, infarcito d’immagini raccapriccianti e di “pessimo gusto”, chiamandolo “Go to Hell”. Due anni più tardi, una software house decise di supportarlo e per il glorioso “ZX Spectrum” uscì “Soffice e Coccoloso”. In due parole, il giocatore veniva chiamato a vestire i panni del figlio della regina Android che, impazzita, aveva chiuso il marito in un congelatore. Lo scopo era andare in giro per i dungeon a cercare i pezzi del corpo smembrato della regina al fine di rimetterli assieme, rianimarla e salvare poi così il padre. Cioè, più “soffice e coccoloso” di così si muore, eh? Intanto, con questo il concetto di splatter iniziava a farsi sempre più “denso”.

  • CHILLER (1986)

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Ecco, questo è strano. Strano proprio perché Chiller venne sviluppato, a quanto pare, con lo specifico obiettivo di offendere il maggior numero di persone possibili. Alla fine della fiera, non era altro che uno sparatutto per le laser gun dell’epoca ma, in effetti il particolare per cui questo gioco viene ancora ricordato, è l’elevatissimo tasso di violenza e brutalità gratuita che metteva in scena.

L’obiettivo del giocatore infatti, era quello di prolungare quanto più possibile l’agonia di alcuni individui chiusi in una camera di tortura: si sparava per ferirli, per far saltare via brandelli di carne, azionare trappole che li precipitavano in fiumi infestati da coccodrilli, azionare meccanismi di tortura che smembravano o facevano a pezzi le vittime e via dicendo. Il gioco in sé, ebbe al secolo una bassissima diffusione perché, essendo un cabinato, molti gestori di sale giochi onde evitare problemi si rifiutarno di acquistarlo.

  • SPLATTERHOUSE (1988)

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Nel ’88, la Namco era un software house conosciuta in larga parte per i suoi giochi relativamente allegri e “innocui” come il mitico “Pacman” o “Galaxian”, tanto per dirne un paio. Poi, all’improvviso pubblicarono ‘sta specie di delirio dell’orrore, che la parola splatter ce l’ha addirittura nel titolo; Fondamentalmente, Splatterhouse amalgamava in uno strano potpourri tutti gli archetipi del cinema dell’orrore anni ’70 e ’80.

In sostanza, il giocatore vestiva i panni di Rick, che vistosi rapire la fidanzata dal malvagio di turno, per salvarla indossa la “Maschera del Terrore”, un artefatto maledetto, sì; ma in grado di dargli la forza di falciare culi a nastro e fare a pezzi chiunque gli si metta davanti. In tutto questo, devo dire che m’è sempre parso di scorgere un pizzico di Devilman, ma tant’è. In ogni modo, anche se il gameplay era quello classico del periodo, cioè un beat’em up a scorrimento laterale, il tasso di violenza era alquanto inusuale: difatti, Rick, armato di machete e simile in tutto e per tutto a Jason Voorhees, andava in giro massacrando, smembrato e decapitando mostri e qualunque altra amenità che gli sviluppatori avevano immaginato in un’esplosione di sangue veramente non indifferente.

  • SNATCHER (1988)

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Allora, questo è un gioco poco conosciuto qui in Europa e da noi in Italia perché, anche se sei anni dopo la data d’uscita giapponese venne realizzata una conversione per il Sega CD, le basse vendite della console unitamente alla scarsa reclamizzazione del gioco da parte dei distributori, lo fecero passare totalmente in sordina e perciò quasi nessuno se lo filò manco di striscio. In realtà, questo è un gioco tanto popolare in patria, che generò vari spin-off e persino un dramma radiofonico.

In due parole, Snatcher è un’avventura grafica di ambientazione cyberpunk, seconda opera scritta, diretta e sviluppata da Hideo Kojima dopo il primo Metal Gear. Fortemente influenzata da parecchi film di fantascienza tipo Blade Runner, Akira, L’Invasione degli Ultracorpi ecc., di cui è anche possibile notare parecchi rimandi all’interno del gioco. Al di là di questo, merita di essere menzionato per le forti scene durante il gioco, oltre che splatter in sé anche dal contenuto esplicitamente sessuale. Fino a vari tipi di brutalità e violenza; come quella di un cane morente scosso dagli spasmi con le budella e le viscere sparpagliate tutt’intorno.

  • BEAST BUSTERS (1989)

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Con questo “Beast Busters”, uno sparatutto arcade su binari, SNK ha fatto un po’ come Namco fece con Splatterhouse poco tempo prima: ficcare dentro tutto quanto fosse possibile pescando a mani bassissime da ogni fonte del periodo, con robe che andavano dalla fantascienza all’horror. In ogni buon conto, il tasso di splatter era a livelli stratosferici. In pratica, qualunque cosa esplodeva in un tripudio di sangue e pezzi di carne.

C’è da dire inoltre, che a guardarlo, pare abbastanza chiaro che questo Beast Busters sia stata la fonte principale a cui Sega s’ispirò per il suo “The House of the Dead”. Ah! Tra l’altro, c’è una leggenda metropolitana su questo gioco: pare che Michael Jackson fosse un grande appassionato di questo gioco, tanto che in ogni tour, il suo entourage si doveva trascinare dietro il cabinato. Se sia la verità o meno, boh! Vallo a sapere oggi. Comunque sia, questo gioco è forse l’ultima parola che gli anni ’80 avevano da dire sull’argomento splatter nei videogames.

Bene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

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L'Evoluzione dello splatter nei videogames degli anni ottanta
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L'Evoluzione dello splatter nei videogames degli anni ottanta
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Un excursus su come lo splatter, dai film sia entrato, e si sia evoluto, nel mondo dei videogames.
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Il Sotterraneo del Retronauta
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Il Sotterraneo è la casa del Retronauta, il tuo amichevole ricordatore di quartiere.

2 thoughts to “L’Evoluzione dello splatter nei videogames degli anni ottanta”

  1. avevano il loro perché, agli occhi di oggi ovviamente farebbero ridere ma contestualizzati nel loco periodo erano giochi che si facevano rispettare

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