Dracula serie tv 2020 BBC Netflix

Dracula (2020) – Mi chiamo Bond. Sherlock Dracula Bond

Dracula. Dracula è, concettualmente, quanto di più simile a un lupanare possa mai esserci. Un soggetto “mercenario”, accessibile a chiunque e che, da circa centoventi anni, viene sfruttato a mani bassissime da cani e porci. Siamo a un punto tale che qualunque, letteralmente qualunque, forma mediatica concepibile da mente umana, almeno una volta ha assunto la figura del Conte Dracula come fonte primaria d’ispirazione.

In effetti, a parte Frankenstein e Sherlock Holmes, non mi pare ci siano figure talmente radicate nella cultura pop, tanto da restare costantemente in voga per oltre un secolo. Perciò, non mi sorprende che a ‘sto punto, pure Steven Moffat e Mark Gatiss abbiano allungato le zampe su Dracula. Tuttavia, il loro è… un Dracula, diciamo.

Dracula, sì. Ma non troppo, però.

Recensione di Dracula (2020) miniserie televisiva creata da Mark Gatiss e Steven Moffat per Netflix

Allora, a beneficio di quei pochi che gli ultimi cent’anni l’hanno passati su un asteroide intorno alla Terra, Dracula, scritto da Bram Stoker, risale al 1897. Si tratta di un romanzo epistolare, cioè privo di un vero e proprio ritmo narrativo, dove la trama avanza attraverso lo scambio di lettere tra i personaggi.

Ora, Dracula è uno dei grandi classici della letteratura gotica, certo. Intramontabile caposaldo della letteratura mondiale, d’accordo. Ma il punto è che sono centoventi e passa anni che ‘sta pappardella, viene sfruttata e maneggiata in ogni modo possibile e immaginabile.

A partire dagli anni ’30, coi primi adattamenti cinematografici della Universal, fino ad arrivare alle attuali serie tv. Ultima delle quali, Penny Dreadful del 2016, in cui il Conte appare come antagonista. Moffat e Gatiss, i creatori della serie Sherlock, già che si trovavano ad aver sfruttato un’importante figura della letteratura classica, c’hanno avuto la bella pensata di riprovarci. Alla fine, il risultato è…

Il Conte c’ha le capacità ma non s’impegna.

Recensione di Dracula (2020) miniserie televisiva creata da Mark Gatiss e Steven Moffat per Netflix

Se c’è una cosa che ripeto in continuazione e continuerò sempre a ripetere, è che non c’è niente di peggio di un adattamento che non rispetta, snatura e stravolge temi e concetti del materiale originale su cui si basa. Ché un conto è adattare e/o liberamente ispirarsi. Altro paio di maniche è andarsene, completamente, per frasche.

Per capirci, The Others di Alejandro Amenábar con Nicole Kidman è un bell’esempio di ghost stories: solido, funzionale, girato con quattro spicci fu un grosso successo al botteghino. Il film è liberamente ispirato a Il giro di vite di Henry James; e fin qui, tutto bene.

Al contrario, Io sono leggenda con Will Smith, dichiaratamente basato sull’omonimo romanzo di Richard Matheson, è quanto di più orribilmente sbagliato possa esserci in questo senso. Perché manda bellamente a puttane l’intero senso della storia originale. Stravolge il significato, banalizzando all’inverosimile il concetto. Riducendolo alla solita porcata dell’americano-eroe che salva il mondo col suo sacrificio.

Recensione di Dracula (2020) miniserie televisiva creata da Mark Gatiss e Steven Moffat per Netflix

Ecco, Dracula, miniserie tv prodotta da BBC e distribuita su Netflix, si prende grandi, grandissime libertà col materiale originale. Tuttavia, bisogna mettere in cantiere che in questo caso, ormai è un fatto comune; per non dire ovvio. Con un secolo e passa d’adattamenti sul groppone, sono pochissimi quelli che s’attengono al materiale originale.

Per dire, l’esempio più eclatante riguarda il personaggio di R. M. Renfield, no? Oggi, tantissimi sono convinti che Renfield sia il predecessore di Jonathan Harker. Un agente immobiliare mandato in Transilvania a trattare col Conte l’acquisto di alcune proprietà in Inghilterra, ne diventa schiavo e impazzisce. Invece, non è così.

Questa è l’interpretazione del personaggio che appare in Dracula di Todd Browning del ’31, con Bela Lugosi. Semplicemente, riportata pedissequamente di film in film per decenni, s’è arrivati poi a ‘sta convinzione su Renfield. Che in realtà, nella storia originale era già pazzo e chiuso in una cella nel manicomio del Dott. Seward.

Recensione di Dracula (2020) miniserie televisiva creata da Mark Gatiss e Steven Moffat per Netflix

Quindi, questa nuova serie, concettualmente è molto vicina a The Others, per capirci. Ispirandosi – e rendendo omaggio – a una pletora di fonti diverse, si divide in tre episodi di circa un’ora e mezza ciascuno. Ognuno dei quali, si concentra, dilatando al massimo, un determinato punto del romanzo. Il primo riguarda l’arrivo di Jonathan Harker in Transilvania, l’incontro e la relativa fuga dal castello di Dracula.

Il secondo episodio invece, si svolge sulla Demeter. La nave su cui il Conte Dracula s’imbarca per raggiungere l’Inghilterra. Mentre il terzo… beh, è ambientato nella Londra contemporanea del 2020. In altre parole, il passo falso che ha fatto schiantare rovinosamente a terra, di faccia, la serie.

Essenzialmente, l’approccio mistery-whodunit che Moffat e Gatiss hanno dato alla serie è originale, a tratti stravagante e per lo più riuscito. Senza farla più lunga del necessario, il Dracula originale ha una certa, come dire… mancanza di spessore, se vogliamo metterla in un certo modo.

Molte parti, per quanto possano anche essere superficiali nell’economia della situazione, comunque avrebbero sempre necessitato di un minimo di backstory. Tanto per capirci, la fuga di Harker dal castello di Dracula è molto a tirar via. Per questo in molti adattamenti si vede la sovrapposizione fra la storia di Harker e quella di Renfield.

Recensione di Dracula (2020) miniserie televisiva creata da Mark Gatiss e Steven Moffat per Netflix

Oppure, come nella più classica delle tradizioni gotiche, Dracula è il “mostro”. Punto. Un contraltare per i buoni, il loro ostacolo da superare. Le sue azioni sono malvagie perché lui è malvagio e rappresenta il male. Anche per questo m’è sempre piaciuto il Dracula di Coppola.

Al di là di tutto, il romanticismo intrinseco – a tratti forse troppo melenso – può piacere come che no, ovvio. Però, in fondo, ha dato così una motivazione, giusto un tantino più tangibile, al personaggio.

In questo caso è, bene o male, lo stesso: l’intero soggiorno e relativa fuga dal castello, vengono approfonditi e impostati come mistero da risolvere nel primo episodio. Del resto, narrato in media res dallo stesso Harker, interrogato nel convento a Bucarest dove ha trovato rifugio. Tra l’altro, allo stesso modo viene trattato Dracula in generale.

Nel senso che, viene approfondita e, più o meno, chiarita la differenza fra un non-morto come lui e quelli che infetta e schiavizza, tramutati in ghouls. Soprattutto, in modo orizzontale attraverso i tre episodi della serie, i come e i perché possa o non possa fare determinate cose.

Dolly Wells: sorella Agatha Van Helsing / dott.ssa Zoe Van Helsing

Per esempio, perché Dracula, nonostante dimostri di sbattersene altamente, comunque non riesce a sopportare la vista della croce? Perché le persone che trasforma in ghouls possono tranquillamente uscire di giorno mentre lui no? Perché non può entrare in nessun luogo se non quando specificatamente invitato?

Inoltre, sempre nel primo episodio, viene introdotta suor Agatha Van Helsing (Dolly Wells). Un personaggio veramente brillante, divertente e riuscito, che si pone subito come antagonista di Dracula. Ah, a proposito, apro e chiudo breve parentesi.

Il fatto che il professor Abraham van Helsing sia stato sostituito da Agatha Van Helsing, a qualcuno, per i soliti motivi, potrebbe non piacere. Personalmente, mai come stavolta, a me non tange assolutamente. Il punto è che il personaggio è interessante. Funzionale e piacevole alla e nella storia. Sorta d’intrigante nuovo accessorio, che spinge a interessarti alle vicende e a farti chiedere dove andrà a parare questa inedita variazione sul tema.

Questa è la grande differenza che passa fra una buona e una cattiva scrittura. Tipo, che so… il remake al femminile dei Ghostbusters del 2016, per dire. “Hey, guardatemi! Ho scritto dei personaggi da schifo in una storia che fa ancora più schifo. Però, oh, sono donne. Acclamatemi che ho abbattuto le fondamenta della società fallocentrica, ho sconfitto il patriarcato perché i Ghostbusters sono femmine”. Santo. Cielo.

Claes Bang

Comunque, tornando al nocciolo della questione, Claes Bang nel ruolo di Dracula è, in una parola, fortissimo. Una caratterizzazione molto riuscita la sua, in grado di passare dal drammatico all’ironico in modo molto naturale. Il suo è un Dracula cattivo e contento di esserlo. Diverte e si diverte a fare il sofisticato alla James Bond per nascondere una natura per lo più mostruosa e animalesca.

Il fatto poi, che Bang somigli, straninquietantemente sia a Bela Lugosi che a Christopher Lee, è tutto grasso che cola. Niente da dire da questo punto di vista, insomma. Come detto, sia Bang che la Wells, nei rispettivi di ruoli di Dracula e Agatha, sono fantastici e portano sempre a casa la giornata. I primi due episodi sono brillanti, intelligenti e divertenti. Il problema, sta nel terzo e ultimo episodio ambientato ai giorni nostri.

In Sherlock, per esempio, gli elementi modernizzati della storia hanno un contesto e un senso; ma qui, sfortunatamente, no. Onestamente, ci sono ma ‘na valanga di storie coi cristiani del passato che si trovano nel futuro e viceversa. Le gag basate sulla confusione a volte riescono mentre altre no, dipende dai film.

Claes Bang

Spesso però, sembra più ‘na scusa per tirare fuori orribili battute senza sbattersi più di tanto. Qui è lo stesso. Non so, forse è ‘na cosa solo mia, ma non ho trovato nulla di divertente nel vedere Dracula, scimunirsi davanti a un frigorifero. Certo, il fatto che poi usi le app d’incontri a uso just eat è ‘na cosa simpatica. Fino a un certo punto.

I primi due episodi di ‘sto Dracula sono abbastanza avvincenti, intriganti e, perché no, anche intelligenti. Sollevano domande, curiosità, suggerendo una svolta eccezionale che poi, sfortunatamente non arriva. Il problema, sta nel fatto che nell’ultimo episodio, hanno trasportato il corpus centrale del romanzo originale, provando a farlo coesistere in qualche modo con tutte le aggiunte fatte precedentemente.

Il risultato? ‘Na mezza fetecchia. Non perché le cose siano fatte male, eh. Per carità. Anzi. Alcune soluzioni visive sono molto suggestive e azzeccate. No, piuttosto, si sente proprio che è ‘na cosa a tirar via. Storia e personaggi, all’improvviso non hanno più senso né motivazioni; e s’è per questo, manco caratterizzazione.

Un po’ come se, a un certo punto, si fossero scocciati di tutto ‘sto teatrino e, giusto per, c’hanno schiaffato due risposte al volo. Tanto per mettere un punto – poco plausibile – a tutte le questioni sollevate precedentemente. Un peccato, ché se ci fosse stata la stessa cura di quelli precedenti nell’ultimo episodio, questo nuovo Dracula avrebbe potuto essere veramente eccezionale.

Quell’ultimo episodio è proprio ‘na tranvata in fronte, insomma. Resta comunque un prodotto brillante, che fa perfettamente quel che deve fare. Soprattutto, è la prima cosa interessante su Dracula venuta fuori negli ultimi quindici anni o giù di lì.

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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Retronauta

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2 thoughts to “Dracula (2020) – Mi chiamo Bond. Sherlock Dracula Bond”

  1. Ottima analisi, con cui mi trovo in sintonia. Fin da subito ho sottolineato come la serie andasse alla grande con tanto che rimaneva piu vicina al prodotto originale,pur prendendosi liberta in maniera apprezzabile. Purtroppo un terzo episodio che da solo potesse catapultati in un Dracula moderno era un impresa ambiziosa e riuscita solo in parte. Ho apprezzato alcune cose ma sembrava un prodotto scollegato e annacquato, lontano dalla brillantezza dei due primi episodi e dalle atmosfere in esso ricreare. Gli attori principali hanno svolto un gran lavoro ( anche se il doppiaggio di lei non mi ha convinto del tutto) ma la scrittura non ha retto fino alla fine. Sia chiaro che lo promuovo lo stesso e ne ho apprezzato la visione, peró…peró che peccato!

    1. Appunto. Un Dracula “moderno”, avrebbe sicuramente necessitato di un maggior tempo d’esecuzione per essere sviluppato. Un’ora e mezza è troppo poco tempo e, infatti, dà troppo l’impressione di essere ‘na cosa a tirar via, insomma.

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