Dieci piccoli indiani-And-Then-There-Were-None-Agatha-Christie

I Dieci piccoli indiani di Agatha Christie

L’inverno, come ci tengono a ricordare quei poveracci degli Stark, sta giungendo. Il grande freddo è alle porte, e con esso, quelle belle giornate dove la pioggia scende a secchiate. Magari al momento è n’attimo prematuro ma, che c’è di più bello del tirare fuori la copertina d’ordinanza. Che poi ti ci avvolgi dentro fino alla testa, assumendo le sembianze pseudo-amorfe di un cannolicchio umano, eh? Pensando a questo, ho deciso d’anticipare un po’ i tempi e, tanto per distrarmi, un paio di giorni fa ho tirato fuori dalla libreria Dieci piccoli indiani di Agatha Christie. Uno dei miei romanzi preferiti, nonché uno dei più famosi e venduti della storia. Perciò, nel mentre ero tutto tipo Bastian con la sua Storia Infinita, m’è venuta voglia di tirare giù un paio di righe, appunto, su questi Dieci piccoli indiani.

Prima di tutto però, partiamo da questo punto: il titolo originale. Che non è affatto Dieci piccoli indiani. Bensì Ten Little Niggers, ovvero Dieci piccoli negretti. Naturalmente, oggi come oggi un titolo simile sarebbe al minimo, come dire… sconveniente. Però c’è da tenere in considerazione che quando Agatha Christie pubblicò il romanzo, erano altri tempi. Decisamente altri tempi. infatti, parliamo del 1939; quindi quasi ottant’anni fa. ‘Sta cosa del titolo comunque, non la dico tanto per, eh. Piuttosto, per due motivi in particolare. In primis, per il fatto che posseggo due edizioni di questo romanzo. Una, abbastanza recente intitolata appunto, Dieci piccoli indiani. Mentre l’altra, vecchissima risalente agli anni ’70 di Mondadori, che adotta il secondo e più sensibile titolo di …E poi non rimase nessuno.

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In secondo luogo, perché le vicende della storia, ruotano tutte intorno a ‘sta filastrocca, la cui versione originale è questa:

Dieci poveri negretti se ne andarono a mangiar: uno fece indigestione, solo nove ne restar.
Nove poveri negretti fino a notte alta vegliar: uno cadde addormentato, otto soli ne restar.
Otto poveri negretti se ne vanno a passeggiar: uno, ahimè, è rimasto indietro, solo sette ne restar.
Sette poveri negretti legna andarono a spaccar: un di lor s’infranse a mezzo, e sei soli ne restar.
I sei poveri negretti giocan con un alvear: da una vespa uno fu punto, solo cinque ne restar.

Cinque poveri negretti un giudizio han da sbrigar: un lo ferma il tribunale, quattro soli ne restar.
Quattro poveri negretti salpan verso l’alto mar: uno un granchio se lo prende, e tre soli ne restar.
I tre poveri negretti allo zoo vollero andar: uno l’orso ne abbrancò, e due soli ne restar.
I due poveri negretti stanno al sole per un po’: un si fuse come cera e uno solo ne restò.
Solo, il povero negretto in un bosco se ne andò: ad un pino si impiccò, e nessuno ne restò.

P.s.: le immagini sono tratte dalla trasposizione realizzata un paio d’anni fa dalla BBC, che m’ha infognato malamente.

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Ora, Il primo personaggio introdotto è l’ex giudice in pensione Lawrence  Wargrave. Perso nei suoi pensieri a causa di uno strano invito, ricevuto – a quanto pare – qualche giorno prima. In pratica, una sua vecchia conoscenza, certa Lady Culmington con cui aveva perso i contatti da più o meno una decina d’anni, aveva deciso di farsi sentire all’improvviso. E quindi, per riallacciare i rapporti, invitava Wargrave a trascorrere qualche giorno nella sua nuova residenza; una lussuosa e modernissima villa costruita su Nigger Island. Un’isoletta tidale dalla curiosa forma simile alla testa di un nero. Ovviamente, mi pare inutile dire che Nigger Island, abbia cambiato nome più volte col passare degli anni e degli adattamenti, no? A ogni modo, se non sbaglio oggi dovrebbe essere conosciuta come Soldier Island.

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Nel frattempo, sul medesimo treno su cui viaggia l’ex giudice, in un altro scomparto è presente la giovane segretaria Vera Claythorne.  La ragazza, alla ricerca di un impiego estivo, ha un colpo di “fortuna”, quando riceve una lettera dell’agenzia di collocamento femminile, che la informava di una certa Lady U.N. Owen, alla ricerca di una figura in linea col suo profilo. Così, senza troppi preamboli, Lady Owen l’ avverte che il nuovo impiego sarebbe iniziato i primi di Agosto presso la residenza della stessa a – guarda un po’ – Nigger Island.

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Naturalmente, verranno introdotti poi gli altri personaggi. E per farla breve, si tratta dell’ex capitano Philip Lombard, l’anziana puritana Emily Brent, il Dott.  Edward Armstrong, l’ex generale in pensione John Macarthur, il giovane Anthony Marston, rampollo di una nobile e ricca famiglia e l’ex poliziotto Henry Blore. Tutti individui che non hanno nulla in comune e mai incontratisi prima in vita loro. L’unica costante che unisce questi perfetti sconosciuti è l’aver ricevuto una lettera firmata, a seconda dei casi, dalla signora o dal signor Owen, che per un motivo o per l’altro, pregava i destinatari di raggiungerlo/a a Nigger Island.

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Così, una volta giunti a destinazione, gli invitati trovano ad attenderli i coniugi Rogers, i domestici. Nonché uniche due persone presenti nella magione. Tra l’altro, i Rogers così come gli invitati, neanche loro avevano ancora avuto il piacere di incontrare i proprietari della villa, i famosi signori Owen. I quali poi, avvisavano un “ritardo imprevisto” e perciò sarebbero giunti al più presto in un secondo momento. O non appena possibile, dato che subito dopo l’arrivo del gruppo di ospiti, il tempo si guasta irrimediabilmente. Rendendo perciò impossibile raggiungere o contattare la terraferma.

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Presa coscienza della situazione e del fatto che per alcuni giorni saranno costretti a restare sull’isola, il gruppo si separa dirigendosi alle proprie camere. Particolare curioso, è che in ognuna delle stanze alla parete è affissa la filastrocca – alquanto macabra – suddetta dei Dieci piccoli negretti (o Dieci piccoli indiani se preferite). Inoltre, come se una filastrocca in cui i Dieci piccoli indiani morivano uno alla volta verso dopo verso non fosse già abbastanza inquietante, al centro della tavola nella sala da pranzo, c’è un set di statuette di porcellane raffigurante proprio i personaggi della filastrocca.

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Dopodiché, scesa la sera, tutti si riunisco per la cena. Conversano affabilmente, fanno conoscenza e via dicendo. A un certo punto però, nel mentre s’intrattengono fra una portata e l’altra, una voce li zittisce all’improvviso. La voce, presumibilmente quella del fantomatico signor Owen, proviene da un disco registrato appositamente, e accusa uno dopo l’altro tutti i presenti di essere dei criminali, colpevoli di aver compiuto uno o più omicidi. Scioccati da ciò, gli ospiti tentano di venire a capo della situazione, e, durante la discussione, il giovane Marston stramazza a terra morto, causa un cocktail corretto al cianuro. Da qui in poi, giorno dopo giorno gli ospiti inizieranno a morire uno per uno, seguendo la macabra filastrocca dei negretti.

Bene, a ‘sto punto credo sia il caso di passare direttamente a “La Domanda”: com’è Dieci piccoli indiani? Visto che non siamo più a scuola, mi sembra alquanto inutile passare all’analisi dell’opera in toto. Stile, forma, figure retoriche e compagnia cantante, giusto? Pertanto, tagliamo a corto e (come Ramon) puntiamo al cuore; a ciò che c’interessa.

In brevis, Dieci piccoli indiani, personalmente parlando, lo colloco nella ristretta cerchia di romanzi che indipendentemente dalla qualunque e dalla qualsivoglia, ho sempre voglia di leggere. Questo perché, al di là del “mistero”, fulcro della narrazione di genere che ovviamente in questi casi è imprescindibile, è piuttosto l’atmosfera inquietante di cui l’intero testo è permeato, a prendere il sopravvento. Tanto per capirci – senza spoiler -, il punto è questo: dieci sconosciuti, chi per interesse, chi per motivazioni personali, chi per “affari”, si trovano insieme giocoforza, in un luogo totalmente isolato, in pericolo e senza possibilità di ricevere aiuto dall’esterno.

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Oltretutto, una dei particolari che subito salta all’occhio, è il fatto che il luogo in cui agiscono i personaggi, cioè la villa degli Owen, non è ritratta come un cliché di genere di facile sfruttamento. Non è un qualche tipo di vecchio e lugubre maniero medievale, con sotterranei bui e polverosi e scale a chiocciola scricchiolanti. Assolutamente. La villa è una struttura moderna, luminosa. Bella e asettica quasi. Un posto splendido per passare una vacanza. In questo senso, il contrasto fra l’aspetto del luogo e ciò che sta accadendo, risulta ancor più marcato e perciò angosciante.

In secondo luogo, sì, sicuramente alcuni personaggi possono sembrare “deboli”, forse un tantino stereotipati se si vuole cercare il pelo nell’uovo prendendoli in singolo. Però, attenzione: il leitmotiv dell’opera non è focalizzato sul singolo personaggio. Bensì, fanno tutti parte di un unico schema generale, in cui tutto poi perfettamente funziona. Con questo mi riferisco al fatto – e al modo – che Agatha Christie ha utilizzato: cioè l’enigma della camera chiusa. In maniera che dire magistrale sarebbe poco. Altro particolare originalissimo di Dieci piccoli indiani poi, è l’eliminazione del “personaggio deus ex machina”. Ovvero l’ispettore, detective, tizio di turno che svolge le indagini arrivando a risolvere il caso, facendo le veci del narratore/autore.

Intendiamoci, è alquanto difficile cercare di spiegare bene, nel dettaglio il tutto senza correre il rischio di spoilerare. Tentare di far capire il senso di impotenza e claustrofobia provato dai personaggi, che man mano col procedere degli avvenimenti diventa sempre più intenso e palpabile. Il sospetto e la paranoia che s’insinuano a livelli sempre più alti, dati dal sapere che fra loro dev’esserci per forza un maniaco che uccide indiscriminatamente e che fino alla fine continuerà indisturbato. In effetti,è qualcosa di abbastanza difficile da fare. Posso dare un’idea generale descrivendolo, magari. Però, a mio avviso, dovreste scoprirlo da soli. Anche perché nonostante, come detto, Dieci piccoli indiani abbia quasi ottant’anni sul groppone, è facile farselo tirare dietro a pacchi per pochi spicci in qualunque libreria. Quindi, se in questo periodo state cercando qualcosa da leggere, provate a buttare n’occhio a ‘sto Dieci piccoli indiani, che ne vale la pena.

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Ah! Un’ ultima cosa prima di concludere. Dieci piccoli indiani nel corso degli anni, è stato fonte d’ispirazione e omaggi per molte opere. Dai fumetti ai film, fino ai cartoni animati e addirittura gli anime giapponesi. In questo senso, uno dei miei preferiti era Lamù, ok? Ebbene, non so se lo sapete ma, c’è un episodio – magnifico – parodia proprio di Dieci piccoli indiani. In cui Lamù, Mendo, Shinobu, Sakurambo e tutti gli altri personaggi si mettono d’accordo, e portano Ataru su quest’isola con l’intento di metter su una specie di terapia d’urto per guarirlo dall’ossessione verso le donne.

Ebbene, detto questo credo che anche per oggi sia tutto.

 

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

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Dieci piccoli indiani (Ten Little Niggers; And Then There Were None)
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Retronauta

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