Darkman film 1990 Sam Raimi recensione

Darkman, il supereroe di Sam Raimi

Personalmente parlando, credo che Darkman, sia a suo modo il miglior cinecomics mai realizzato. Lo dico perché, ributtandoci un occhio in questi giorni, so’ rimasto alquanto sorpreso nel vedere come Sam Raimi sia riuscito a creare con ‘sto film, un vero e proprio elemento di transizione. Il che è fantastico, oltre che sorprendente. Sopratutto se si pensa all’assurda cagnara che Raimi ha dovuto affrontare per mettere in piedi lo spettacolo.

Come dicevo nelle due righe in merito a ‘na decina di curiosità su Batman del ’89, prima che la sceneggiatura fosse completata e Tim Burton ingaggiato, per il ruolo di regista, come dire… si consumò una vera e propria battaglia. Tanti furono i nomi dei caduti, fra i quali c’era pure quello di Sam Raimi. Che da nerd appassionato sia di Batman che di fumetti in generale, ci teneva tantissimo a dirigere il film. Invece, dovette attaccarsi al tram. Perciò, non potendo mettere mano a Batman, provò a ripiegare sulla sua più chiara fonte d’ispirazione: The Shadow.

 

Se, come no. Per la serie credici e speraci, proprio. Vero è, che qualche anno più tardi il film venne realizzato, con Alec Baldwin nei panni di Lamont Cranston. Certo. Ma in quel dato momento, dopo una serie di delicatissime trattative portate avanti a sputi e pernacchie, Raimi non ottenne i diritti del personaggio. A quel punto, realizzò che l’unica e più logica cosa da fare, era quella di crearsi direttamente da solo il supereroe. Ed ecco che venne fuori Darkman.

Larry Drake, Robert G. Durant nel film di Sam Raimi Darkman

Il film comincia mostrando un appuntamento fra Robert G. Durant (Larry Drake), lecito uomo d’affari, e un altro gruppo di gentiluomini. Il motivo della riunione, sta nel fatto che Durant è stato ingaggiato da Louis Strack (Colin Friels), un ricco magnate dell’industria immobiliare. Affinché gli liberi l’area portuale in maniera tale da poter costruire un nuovo complesso di grattacieli.

Larry Drake, Robert G. Durant nella scena iniziale del film Darkman in cui mozza le dita

Naturalmente, come si può notare, Durant è un ottimo diplomatico. Con fine logica, discorsi inoppugnabili e un paio di dita mozzate, non ci mette molto ad aver ragione convincendo i precedenti inquilini ad andar via.

Liam Neeson, Peyton Westlake/Darkman nel film di Sam Raimi Darkman

Nel frattempo, dalla parte opposta della città, il Dottor Peyton Westlake (Liam Neeson) porta avanti avanti le sue ricerche. In pratica, è a tanto così dal perfezionare un rivoluzionario tipo di pelle artificiale in grado di aiutare tutte quelle persone rimaste gravemente ustionate. L’unico problema, è che se esposta alla luce del sole, la pelle artificiale va irrimediabilmente alla malora dopo soli 99 minuti.

Frances McDormand, Julie Hastings nel film di Sam Raimi Darkman

Inoltre, c’è da dire che il blocco dei 99 minuti non è l’unico problema di Westlake. In effetti, un problema ben più grave è la sua fidanzata, l’avvocato Julie Hastings (Frances McDormand). Infatti, ‘sta Ally McBeal degli scappati di casa in overdose ché s’è vista troppi episodi di Law & Order, dopo aver trovato le prove che Strack è socio in affari di Durant, si mette in testa che deve farlo arrestare.

Liam Neeson nella scena del lboratorio in cui viene sfigurato e diventa Darkman

Morale della favola, scoperta la cosa Durant prende appuntamento e assieme ai colleghi, si presenta a casa di Julie e Peyton. Ora, visto che convenientemente laboratorio e casa so’ praticamente una cosa, gli uomini d’affari trovano solo Westlake e il suo assistente a lavoro. Quindi, dopo il consueto sfoggio di diplomazia che le riunioni dell’ONU sono ‘na festa vichinga, fanno saltare tutto in aria. Compreso Westlake ancora stordito dal “discorso” che gli ha fatto Durant.

Liam Neeson Darkman scena dell'ospedale

Ma Peyton, incredibilmente non muore. Scaraventato nel fiume dall’esplosione che l’ha completamente sfigurato, viene ripescato, e ormai irriconoscibile, trasportato in Ospedale. Qui, viene sottoposto a uno speciale trattamento sperimentale per la rimozione dei centri nervosi, in grado di eliminare il dolore delle ustioni. Il problema, sta in un piccolo effetto collaterale: Peyton non è più in grado di provare dolore. Per estensione, non prova più alcun tipo di paura.

Breve parentesi: fra i medici in questa sequenza, c’è anche il regista John Landis, che fa un cameo così, giusto in amicizia.

Liam Neeson nel film di Sam Raimi del 1990 Darkman

Inoltre, il trattamento ha causato la crescita incontrollata del livello di adrenalina, che aumenta in maniera esponenziale la sua forza fisica. Ah, e poi ci sarebbe anche n’altro piccolo problemuccio, come il fatto che tutto ciò l’ha portato ad avere gravi squilibri psicologici. Ma va be’, questi so’ dettagli.

Ted Raimi in una scena del film del 1990 Darkman

In ogni caso, ormai sfigurato sia fisicamente che mentalmente, Peyton scappa dall’ospedale in preda a un raptus. Ed è in questo preciso momento che assistiamo alla morte del Dottor Peyton Westlake. Dalle cui ceneri nasce Darkman.

Ted Raimi Darkman

Ora, andando poco più avanti nella visione, si capisce perfettamente quanto Raimi fosse avanti nel mettere in scena il suo personaggio. Nel senso che, Darkman non è un “eroe”. Non indossa cappuccio e mantello per andar a raddrizzare i torti, vegliare sui giusti e punire i cattivi. No, Darkman era un uomo che aveva tutto e a cui hanno tolto tutto. Le… chiamiamole “capacità”, che s’è ritrovato non sono poteri con cui andare a combattere il crimine. È una maledizione che l’ha trasformato in una specie di mostro, diretta conseguenza del male che gli è stato fatto e che lui sfrutta solo per vendicarsi.

Per esempio, la sequenza in cui affronta Rick (Ted Raimi, fratello minore di Sam) a mio avviso è fantastica. Non perché chissà cosa ci sia d’eccezionale nella realizzazione. Semplicemente, la trovo fantastica per ciò che rappresenta intrinsecamente. In pratica, dopo averlo spaventato, Rick ciarla a ruota libera e vuota il sacco. Poi c’è questa linea di dialogo eccezionale con cui Darkman se ne esce “So bene che mi hai detto tutto” esita un attimo “Ma facciamo finta che tu non l’abbia fatto” e lo spinge fuori dal tombino per farlo schiacciare dalle auto in strada. Ecco, questo non è un eroe. È un concetto distorto di giustizia applicato sommariamente.

Ma il punto è: quanto tempo c’è voluto prima che in un film sui supereroi, ci si rendesse conto che il protagonista non dev’essere necessariamente “senza macchia e senza paura”, ma sopratutto che le cose, non possono essere ridotte a un semplicistico concetto di “bianco e nero”?

Larry Drake Robert G. Durant il cattivo nel film del 1990 Darkman

A ogni modo, sfruttando le sue conoscenze scientifiche, Peyton/Darkman continua la sua personale, vendicativa crociata. Eliminando man mano tutti i suoi nemici fino ad arrivare dapprima a Durant. E poi alla diretta conseguenza delle sue disgrazie, Louis Strack.

Quindi, arrivati a ‘sto punto, non è che ci sia molto altro da dire in merito perché in fondo, si tratta pur sempre di una trama abbastanza lineare. Pertanto, passiamo direttamente a “La Domanda”: com’è Darkman?

Essenzialmente, il concetto l’ho espresso all’incipit della pappardella: a mio avviso, Darkman è il miglior cinecomics mai realizzato. Perché è il connubio perfetto, grazie al quale il vecchio modo d’intendere la figura dell’eroe, con tutti i tòpoi del caso, riesce a integrarsi, e rinnovarsi, in un contesto – relativamente – moderno. Capiamoci: Darkman è un eroe (più o meno), ma senza il super. Mena le mani, non raggi laser. Non è invulnerabile e nemmeno indistruttibile. Insomma, è solo un poveraccio mezzo pazzo, per cui vale la massima “Da grandi disgrazie derivano grandi rotture di caz… problemi”. Le sue origini, affondano le mani in un contesto vecchio di quasi novant’anni. Pescando sia dalle riviste pulp in voga negli anni ’30, tanto quanto dalle figure dei mostri classici della Universal.

Citazione di The Shadow nel film Darkman di Sam Raimi

Come detto, fresco del successo dei suoi Evil Dead, Raimi stava tutto preso male da ‘sta storia che i supereroi stessero per sbarcare nel mondo del cinema di serie A. Perciò, grazie a quel pizzico di credibilità che s’era riuscito a ritagliare, si buttò a bomba su Batman, ma niente da fare. Provò a ripiegare su The Shadow, e manco questa gli andò dritta. Pertanto, ispirandosi a quest’ultimo si creò il suo eroe personale. Verso cui omaggi e citazioni, sono più che evidenti. Come The Shadow per esempio, anche Darkman indossa un Borsalino a tesa floscia e uno spolverino lungo e nero. Oppure, The Shadow diventa “invisibile” grazie alla sua capacità d’ipnotizzare chiunque. Darkman invece può “scomparire” assumendo un’altra identità e mescolandosi nella folla.

Darkman scena del laboratorio

Inoltre, altra componente chiave di Darkman è l’influenza dei “mostri classici”. In quanto questi personaggi, spesso avevano un lato tragico che in un certo qual modo sottolineava la loro umanità. Questa qualità, insieme all’evocativa iconografia visiva del genere, sono i punti che Raimi scelse di toccare. Tipo, vedi Il Fantasma dell’Opera: Darkman è un genio, reietto della società che dal suo covo segreto cerca a tutti i costi di trovare il modo di tornare all’amore della sua donna. Oppure, vedi L’Uomo Invisibile: Darkman è uno scienziato, che avvolto nelle sue bende lotta per mantenere la sua sanità mentale, e al tempo stesso cercare una cura alla sua condizione.

Tutti questi, come dire… classicismi, nelle mani di un regista meno capace, come unico risultato avrebbero fatto sì che Darkman fosse una fetenzia. Di quelle a caratteri cubitali, però. Invece, Raimi ha saputo riunirli, e trasformarli in un qualcosa di diverso. Certo, non originalissimo. Ma comunque idoneo, in un mondo ormai popolato da ogni sorta di super-potere, in cui gli omaggi al passato sono le fondamenta su cui costruire qualcosa di nuovo.

Liam Neeson Darkman

Altra cosa che adoro di Darkman poi, è il suo stile visivo. E non intendo solo Il tocco di Raimi, che ha sfruttato tutti i trucchi imparati dai tempi del basso budget, che sono facili da individuare. Piuttosto, mi riferisco a quell’impronta horror-gotica che è riuscito a imprimere al film.  Per esempio, quando Darkman sbrocca nel suo covo segreto, rendendosi conto della sua nuova, mostruosa identità. In quel momento, la fabbrica abbandonata assume l’aspetto di un qualcosa a metà fra il castello di Dracula e il laboratorio di Frankenstein.

Darkman scena dell'elicottero

Purtroppo però, un eroe interessante e un senso dello stile non sono sufficienti da soli a mantenere un intero film. Darkman s’affossa malamente nello sviluppo della storia e dei personaggi secondari. Tipo Julie, la fidanzata. È inizialmente introdotta come una donna moderna. Forte, indipendente. Dovrebbe fare il suo lavoro, che invece non fa, e le conseguenze le paga Peyton. Alla fine della fiera, il personaggio si riduce al solito cliché della donna in pericolo da salvare, precludendo ogni possibilità di sviluppo.

Anche se il problema maggiore, è dato da Strack, il “boss finale” del film. Cioè, è corrotto. Avido. Spietato, d’accordo. Ma le sue motivazioni quali sono? Fare più soldi costruendo un paio di palazzi? Cerchiamo di capirci: anche in Robocop la OCP ha grandi progetti immobiliari per Detroit. Ma questa è una facciata che nasconde de facto, un complotto per ottenere un controllo totalitario e assoluto del potere. Il che è ben diverso. A parte ciò, anche lo scontro finale con lui non dà soddisfazione. Perché Durant è il vero cattivo – morale – della storia. La resa dei conti con Darkman appeso all’elicottero (tra l’altro lì c’è un vero stuntman) è memorabile. Il successivo scontro fra Darkman e Strack in questo modo, perde di significato.

Bruce Campbell Darkman scena finale

Ammetto che Darkman, alla fine della fiera lascia una specie di senso d’insoddisfazione. Perché dà l’impressione che il film non riesca a esprimere in pieno tutto il potenziale della sua premessa. Molto probabilmente, credo che ‘sta cosa sia dovuta al fatto che, sì Raimi ebbe a disposizione un budget considerevole per Darkman. Ma pure ‘na valanga di questo-no-e-quest’altro-neanche, imposti dalla produzione. Per esempio, fra le tante Peyton/Darkman sarebbe dovuto essere Bruce Campbell. Visto che però chi scuciva il contante non si fidava a lasciare il ruolo a un semplice caratterista, alla fine fa giusto un cameo nel ruolo di “maschera” nella scena finale.

A ogni modo, illazioni, scene tagliate, montaggi frettolosi e quant’altro so’ discorsi che si sprecano in merito al film. Personalmente, non mi piace pontificare, dando battaglia ai mulini a vento chiedendomi come sarebbe o non sarebbe potuto essere Darkman. Così è uscito e così lo abbiamo. Questo è quanto. Dieci anni dopo arriveranno gli X-Men di Bryan Singer che, nel bene o nel male, cambieranno le regole del gioco. Paragonarli (insieme al resto dei cinecomix attuali) a Darkman non avrebbe in realtà molto senso. In quanto sono film distanti nel tempo, nello spazio e nella forma mentis. Darkman esiste in quanto visione del supereroe di Sam Raimi. Non certo come opposizione a ‘sti film. Comunque sia, per me questo film resta il cinecomix migliore di sempre. Nonché la strada che questo genere avrebbe dovuto percorrere. Ma tant’è.

Bene, credo che con questo anche per oggi sia tutto.

Stay Tuned ma sopratutto Stay Retro.

 

 

Darkman

Titolo: Darkman
Regia:  Sam Raimi
Produzione: Robert Tapert
Screenplay :  Sam Raimi
Chuck Pfarrer
Ivan Raimi
Daniel Goldin
Joshua Goldin
Story:  Sam Raimi
Starring: Liam Neeson
Frances McDormand
Colin Friels
Larry Drake
Musiche: Danny Elfman
Casa di produzione: Renaissance Pictures
Distribuzione: Universal Pictures
Data di rilascio: 24 Agosto 1990
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Darkman
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One thought to “Darkman, il supereroe di Sam Raimi”

  1. sicuramente offre molti spunti interessanti, trasmette un’atmosfera diversa dagli attuali films di supereroi dove tutto scorre su binari classici e scontati nonchè noiosi, prodotti commerciali dove nulla traspare se non la volontà di guadagnare quattrini. Qui si percepiva ancora un’atmosfera da b movie, l’esperienza negli effetti speciali casalinghi frutto dell’ingegno, insomma odorava ancora di lungometraggio artigianale tipico degli anni 70 e 80.

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