L' Alienista libro recensione

L’alienista – Dalla carta allo streaming

L’alienista di Caleb Carr, dalla prima volta che lo lessi, s’andò subito a ficcare nella lista dei miei romanzi preferiti, ma di sempre però. Il motivo è piuttosto semplice, in realtà: L’alienista è uno di quei romanzi che hanno il pregio di equilibrare complessità e leggerezza, senza mai ammorbare eccedendo da una parte o dall’altra.

Alienista libro recensione

Mi spiego n’attimo meglio. Caleb Carr è uno storico militare, nonché docente di storia presso la New York University. Mi è già capitato di leggere romanzi di autori col suo stesso background. Tuttavia, la maggior parte delle volte, si so’ rivelate storie, non voglio dire noiose, ma quasi. Intriganti certo, ma comunque prive di verve e mordente. 

Quindi, siccome era da un po’ che c’avevo voglia di ciarlare di qualcosa da leggere, alla fine la scelta migliore è questa. Perché

L’alienista di Caleb Carr è un romanzo appagante, coinvolgente, articolato ma accessibile. Insomma, ‘na figata da panico, praticamente.

Il romanzo è strutturato sulla narrazione in prima persona, in cui il point of view device è retto dal reporter John Moore del New York Times, che nel prologo, partecipa al funerale del suo vecchio amico Theodore Roosevelt, morto agli inizi del 1919.

Lo stesso giorno, tanto per rinvangare i bei vecchi tempi un’ultima volta in memoria di Roosevelt, Moore cena con un vecchio amico comune di entrambi: il famoso alienista Laszlo Kreizler. Il quale tra l’altro, era presente anche al funerale insieme a quelli che, grazie ai suo sforzi, era riuscito a salvare anni prima.

Perciò, ‘na cosa tira l’altra e alla fine, non può che saltare fuori quella vecchia storia di quasi venticinque anni prima. Di quando Moore, Kreizler, Roosevelt e la loro “piccola squadra”, si trovarono in circostanze straordinarie e atipiche, che li portò ad affrontare un vero e proprio mostro, durante la primavera del 1896.

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Da qui in poi, la storia de L’alienista è narrata in retrospettiva. Con Moore che, come di consueto nella detective fiction, ricopre il ruolo del “Watson” (un approccio abbastanza tradizionale che deriva dal personaggio del Dr. Watson nelle storie di Sherlock Holmes, grazie al quale lettore e narratore scoprono il caso insieme) commentando gli eventi che hanno influenzato la storia.

Nel cuore di una fredda notte di Marzo del 1896, John Moore ricorda che venne buttato giù dal letto da qualcuno che bussava con foga alla porta di casa sua. Da fuori, la voce di un ragazzino che urlava il suo nome. La cosa lo mise in allarme perché, nonostante la giovane età, a quel tempo alcuni dei più efferati, violenti e pericolosi criminali che giravano per le strade di New York, a stento arrivavano ai quindici anni d’età.

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All’ennesimo urlo, finalmente Moore riconobbe la voce: era Steve “Stevepipe” Taggert. Un ragazzino di undici anni, orfano, e con una fedina penale lunga un chilometro. In altre circostanze, certo Moore non avrebbe mai aperto la porta. Proprio perché il soprannome “Stevepipe”, il ragazzino se l’era guadagnato grazie al fatto che la sua “arma” preferita, era per l’appunto un tubo di piombo. Con cui, s’era fatto ‘na certa nome a spaccare teste.

Tuttavia, il ragazzo, per quanto Moore non fosse d’accordo con questa politica, era alle dipendenze del suo vecchio amico Laszlo Kreizler. Ed era stato mandato a casa sua con un messaggio, e con l’incarico di accompagnarlo quanto più in fretta possibile sulla scena di un crimine.

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Arrivati a destinazione, dove era già presente l’altro suo amico e all’epoca capo della polizia Theodore Roosevelt, Moore scopre che il crimine è un omicidio. La vittima era Giorgio Santorelli, in arte “Gloria”. Un ragazzino di neanche tredici anni che si prostituiva in uno dei locali dei bassifondi di Five Points. Il posto più orribile e degradato di tutta la N.Y. di allora.

A Giorgio/Gloria, qualcuno aveva cavato gli occhi. L’aveva sbudellato, mutilato in più punti e, dulcis in fundo, evirato. Il giorno dopo, John Moore e Roosevelt, si danno appuntamento con la loro amicizia comune: il Dott. Kreizler, famoso e conosciutissimo alienista specializzato appunto in bambini ritenuti “difficili”. Molto rispettato ma, al tempo stesso, anche disprezzato per via delle sue pionieristiche quanto avveniristiche teorie nel campo della scienza e della cura psicologica dei malati di menti.

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Da quell’incontro, verrà in seguito messa in piedi una sorta di task force, capeggiata da Kreizler stesso. Quando le ipotesi avanzate riguardo l’assassino, o per meglio dire, questa nuova tipologia di omicida, troveranno conferma. Infatti, l’assassino è un individuo disturbato, che segue un modus operandi schematico e preciso. Presentando molte analogie con l’uomo che a Londra qualche anno prima, venne definito “Lo squartatore”. Si trovavano dinnanzi a quello che Kreizler definiva assassino seriale.

“Prima del ventesimo secolo, le persone che soffrivano di malattie mentali erano ritenute “alienate”, non solo dal resto della società ma dalla loro vera natura, e quegli esperti che studiavano patologie mentali erano conosciuti come alienisti “.

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Allora, cos’è di preciso che differenzia L’alienista da un qualsiasi altro thriller poliziesco come ce ne sono a tonnellate in giro? Essenzialmente, per via del fatto che pone la questione della classica caccia al killer, sotto una luce diametralmente opposta a quanto avviene di solito. Per farla breve, si tratta più del perché, anziché del percome.

Facciamo n’attimo un passo indietro, però. Dunque, innanzitutto ho letto di molti che accostano L’alienista a Il nome della rosa di Umberto Eco, in quanto a genialità e bellezza. Personalmente, ammetto che mi trovo più che d’accordo. Caleb Carr è uno storico, e la spaventosa ricerca che ha compiuto per mettere in piedi una New York di fine ottocento credibilissima, dettagliata, viva, è incredibile. Pari all’opera di ricostruzione storica fatta da Eco.

La New York City di questo periodo si anima letteralmente. Grazie anche a una quantità di fatti e aneddoti che Carr – ovviamente – ci tiene a dire. ‘Ste cose, pur raccontate con un certo distacco, documentaristico quasi, creano un’atmosfera molto suggestiva.

Così, tanto per capirci, ma l’omicidio del piccolo Giorgio, inizialmente viene bellamente ignorato dalla polizia. Che lo registra giusto come “crimine generico”, in quanto quella “cosa”, quell’essere vestito da donna non è da considerare come una “persona normale”.

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Per rendere meglio l’idea, tenente presente che fino al 2003, e ripeto 2003, in dieci stati Americani erano ancora in vigore le leggi sul “rapporto sessuale deviante”. La sodomia, fra persone dello stesso sesso che non, era illegale in qualunque forma e la pena, variava da uno ai quindici anni di carcere.

Senza contare poi, che Giorgio era pure un immigrato. Che insieme a molti altri immigrati italiani, irlandesi e tedeschi, viveva a Five Points in condizioni ai limiti dell’umano. Un altro esempio, così da rendere meglio l’idea? Al suo, diciamo apice, solo alcune zone dell’East End di Londra potevano “gareggiare” con Five Points per densità di popolazione, malattie, mortalità, infantile che non, disoccupazione, prostituzione e crimine violento.

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Nel saggio The Gangs of New York: An Informal History of the Underworld di Herbert Asbury (da cui poi hanno liberamente tratto Gangs of New York di Scorsese) vengono riportati alcuni fatti di cronaca dell’epoca. Come quello di una ragazzina che viveva ammassata con altre venticinque persone in un seminterrato (quasi un lusso, dato che arrivavano ad ammassarsi fino a mille persone in un solo caseggiato) che venne accoltellata a morte per rubarle una monetina elemosinata. Il corpo fu lasciato in un angolo della stanza per cinque giorni, prima che venisse scavata una tomba improvvisata. Ovviamente, nella stanza stessa. Che bella l’umanità, eh?

In ogni caso, l’equilibrio che raggiunge Carr con L’alienista, fondendo fiction e saggistica, fa sì che personaggi e vicende, prendano letteralmente vita pagina dopo pagina, diventando sempre più solidi col prosieguo della trama. Ogni personaggio, fittizio o reale che sia, si muove in un contesto reale. Dato non solo dall’attenta ricostruzione topografica della città al secolo; bensì anche da quella storico-politica.

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Perciò più su dicevo è piuttosto ‘na questione di perché che di percome: Kreizler è un pioniere. Tanto rispettato quanto schifato sia dalla classe sociale agiata, totalmente “alienata” da quel che accadeva ai meno ambienti, che da quella media. La cui “morale”, non accettava l’idea di un bambino-prostituta, figuriamoci l’esistenza di un individuo che uccide senza un scopo chiaramente comprensibile per la brava gente dell’epoca.

Contando poi che la storia si dipana agli albori della scienza forense, quando, per dirne una, il rilevamento delle impronte digitali era una novità considerata per lo più ciarlataneria, l’ambientazione storica e l’esplorazione-ricostruzione psicologica del serial killer sono i punti di forza del libro.

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Ah, tanto per, vero che in questo caso conta più il perché, il cosa spinge questo individuo a fare quel che fa. Tuttavia, Carr non s’è dimenticato di ficcarci un bel mistero nel mezzo. Anzi. Ammetto che so’ dovuto arrivare a metà romanzo prima di capire come il killer riuscisse a compiere degli omicidi, apparentemente, impossibili.

A ogni buon conto, ci so’ comunque un paio di cose che ho apprezzato di meno ne L’alienista. Capiamoci, non che siano difetti, eh. Anzi. Comunque, ma questa è una cosa mia, estremamente soggettiva, m’infastidisce non poco quando i personaggi di un romanzo storico, vengono adattati per essere in linea con la morale contemporanea.

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Nel senso che, ok, d’accordo Kreizler. Comunque dipinto come un avveniristico studioso di larghissime vedute. Considerando però che siamo nel 1896, vedere tutti – o quasi – i protagonisti che trattano chiunque esso sia da pari a pari, a prescindere dall’estrazione sociale, sesso o razza, è fastidioso. Soprattutto tenendo in considerazione l’accurata ricostruzione storica di contorno.

Altra cosa che non ho apprezzato più di tanto ne L’alienista, è il fatto che alcune sottotrame, come quella dell’aristocrazia che ostracizza le indagini di Kreizler, partono a bomba per poi avere sempre meno importanza nell’economia della storia.

Attenzione: non sto dicendo che vengano buttate di punto in bianco al cesso così, senza un perché. Tuttavia, erano un bel, come dire… rafforzativo. Ed è un peccato che poi passino così in secondo piano. In quanto offrono uno spunto molto affascinante, sia sul come la psicologia in genere era vista a quei tempi, che sul modo in cui i potenti (come J.P. Morgan, pure lui presente come personaggio) manipolano le classi inferiori per i propri interessi.

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Comunque sia, L’alienista è un romanzo molto solido. Memorabile. Impossibile quasi da raccontare. Che dipinge un mondo vivido, coerente, completo e appassionante, che non richiede alcun tipo di sforzo per immergervisi.

Tra l’altro, come avrete capito pure dal titolo, da L’alienista, ben ventiquattro anni dopo la pubblicazione (sì, il romanzo risale al 1994 e… insomma, meglio tardi che mai) hanno tratto una serie tv.

Ci sarebbe da specificare che comunque, la Paramount nel 1993, ben un anno prima che il romanzo venisse pubblicato, acquistò i diritti, mi pare per mezzo milione di dollari o giù di lì. Ci lavorarono su in millemila, fra sceneggiature e robe varie. Tanto che la produzione fu programmata per l’inizio del 1995.

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Purtroppo, a quei tempi, le oltre cinquecento pagine de L’alienista, sature di contenuti, erano difficili da adattare a schermo per un tempo di esecuzione standard. Senza contare il piccolo dettaglio che il killer è, essenzialmente, un predatore sessuale che si muove nel mondo della prostituzione omosessuale minorile. D

Pertanto, arriviamo ai giorni nostri, con l’adattamento in dieci episodi prodotto da TNT. Lo dico subito, senza troppi giri di parole: la serie tv L’alienista, non è male. Anzi. Ma avrebbe funzionato meglio, almeno, dieci o quindici anni fa. E sì, so bene che è ‘na cosa abbastanza paradossale.

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Seppur con alcune differenze (ovviamente necessarie), tutto sommato L’alienista è un buon adattamento. Piuttosto fedele a dirla tutta. La storia che vede la dicotomia fra scienza forense e scienza psichiatrica ai loro albori, è ben resa anche su schermo. Tuttavia, ho notato una certa mancanza di carattere nella produzione in generale.

Sicuramente è uno spettacolo molto curato, con una certa attenzione ai dettagli. Ben recitato, con performance solide da parte di tutto il cast. In alcune parti, riesce a raggiungere pure certi picchi estetici suggestivi e per niente indifferenti. Tuttavia, non funziona come dovrebbe. Non ricordo ora dove lessi ‘sta cosa ma, probabilmente, ciò è a causa della devozione cultish di Hollywood nei confronti degli spettacoli serial killer-centrici.

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Robe come C.S.I. et similia, che vanno avanti da millemila anni per esempio, hanno cambiato molto la percezione del pubblico sui meccanismi della risoluzione dei crimini. Perciò, se un episodio di un crime show qualunque, riesce a creare più suspense di un prodotto simile, in un modo o nell’altro, c’è qualcosa che non va.

Per farla breve e stringere il brodo, L’alienista serie tv non è – come detto – un cattivo prodotto. Lascia un po’ il tempo che trova, vero. Ma tutto sommato, è uno spettacolo gradevole. Soprattutto se non si conosce il romanzo da cui è tratto.

Per quel che riguarda L’alienista romanzo invece, in tutta onestà, quello vi consiglio di prenderlo. Ché sta a a meno di quindici carte e ne vale assolutamente la pena, che so’ veramente soldi ben spesi.

Bene, detto questo direi che anche per oggi è tutto.

Stay Tuned ma soprattutto Stay Retro.

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L'alienista
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Retronauta

Il Sotterraneo è la casa del Retronauta, il tuo amichevole ricordatore di quartiere.

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